
Questo blog non parla di musica ma di vino. Ciò nonostante, trovo giusto dare la mia risposta “definitiva” sulla querelle-Vecchioni, considerata la quantità di messaggi (invero un po’ troppo simili tra loro) scaturita da una mia inchiesta sui cantautori pubblicata lunedì 26 novembre su
L’attacco-spam dei vecchioniani a questo blog J rende “necessario” questo post (ah, detto per inciso: i commenti dei vecchioniani - tutti anonimi o con nomi non verificabili, ça va sans dire - sono strepitosi). Ai naviganti enoici, dico di reputare questo post una parentesi musicale più o meno dotta, più o meno faceta.
Ora: mi sono laureato (in Lettere) sui cantautori sette anni fa, quando in pochi avevano il coraggio di sdoganarli a livello letterario. Ho seguito Giorgio Gaber fin dal 1991, conoscendolo personalmente nel 1999 e ammirandolo smisuratamente (un intellettuale di devastante grandezza). Faccio parte della giuria del Club Tenco da 4 anni, sono critico musicale da 10 anni, un anno e mezzo fa ho scritto il ritratto autorizzato di/con Ivano Fossati. Tutto questo per dire che, con buona pace dei vecchioniani, ho una certa cognizione di causa sul fenomeno cantautorale italiano (non è un vanto, è una tara familiare: mio padre mi ha cresciuto fin da piccolo con Girotondo di Fabrizio De André, con tutte le turbe che ne sono conseguite).
Roberto Vecchioni è un uomo coltissimo. L’ho perfino intervistato sette anni fa per il defunto settimanale Rigore, mi parve meno “antipatico” di quanto apparisse in tv (al tempo straparlava con ostinato fervore di Inter nel Quelli che il calcio condotto da Fabio Fazio). E' persona intelligente, buon affabulatore. E’ sempre stato uno dei pochi a spendere parole giuste e precise nelle varie – quasi sempre odiose – rimembranze dedicate a Gaber e De André: dote rara. Come professore è impeccabile, meritorio, lodevolissimo. “Purtroppo” fa anche il cantautore.
Dico (ironicamente) “purtroppo” perché la carriera musicale di Vecchioni mi è sempre parsa lo “spot peggiore” per i cantautori, racchiudendo tutti quegli stilemi antiquati e un po’ bolsi del “genere”: testi dotti ma tronfi, arrangiamenti nenia, toni da “ora ti insegno a vivere”. Esattamente ciò che, dei cantautori, pensa tutto quel folto esercito di “rockettari” (generalizzo) che ha sempre bollato come sterilmente intellettualoide (e dannatamente palloso) il cantautorato.
Non ho alcuna remora (io come altri) nell’affermare che, dal
Certo, sa scrivere testi, per quanto sempre un po’ “dall’alto”, vergati ed enunciati da uno che non manca mai di sottolineare che “lui sa” e per questo “Insegna” agli altri (“mi spiega che penso e bevimmo ‘o cafè”, cantava De André). Il punto è che – me lo confermava anche Riccardo Cocciante in una recente intervista – i cantautori di rado hanno saputo far convivere ad alti livelli musica e testi. A Vecchioni, questo, non è riuscito quasi mai. Testi ben scritti, scientemente colti, ma arrangiamenti “fieramente” soporiferi. Vecchioni mi pare decisamente troppo “claudiolollista” come concezione di cantautore. Il classico cantore farraginoso, lento e cantacronichista che piace a

Sbaglierò io, ma ho sempre avuto un concetto “completo” di cantautore, inteso non solo come paroliere ma anche come musicista finissimo: penso a Paolo Conte, a Ivano Fossati, a Vinicio Capossela, al Battiato pre-Manlio. Vecchioni, musicalmente, è sempre rimasto (troppo) indietro. Gaber diceva che “le canzoni se annoiano son di sinistra”: di sicuro Vecchioni è un artista molto di sinistra.
Di rabbia e di stelle: leggo che per i vecchioniani (anonimi) di questo blog è da ritenersi un capolavoro. Ne prendo atto. Del resto c’è gente che ritiene bello il gioco di Andreas Seppi, a conferma che il mondo non è vario ma “varissimo”. Io l’ho ascoltato e riascoltato (Di rabbia e di stelle, non Seppi) e non faccio fatica a ritenerlo meno irrisolto de Il lanciatore di coltelli (autoreferenziale fin quasi allo snervamento) e Rotary Club of Malindi, ingenua sbornia african(ist)a. Qualche brano riuscito, per quanto già sentito, c’è (Amico mio, Neanche se parli in cinese), altri episodi sono di una esilità disarmante (O amore amore amore, La ragazza col filo d’argento). In termini di voti mereghettiani, non gli darei più di una stella e mezzo su quattro, forse due (oh, è il mio parere, mica il Verbo).
A me fa davvero PIACERE che Roberto Vecchioni abbia ancora i suoi fans, i suoi devoti spazi mediatici, i suoi tour, la sua carriera. Gli auguro ogni fortuna. Mi chiedo, però: deve piacermi obbligatoriamente? Posso dire quello che moltissimi colleghi sussurrano da decenni ma non sempre hanno il coraggio di scrivere o affermare pubblicamente? Se il Re, oltre a non divertirsi (fin dal ’73), è pure un po’ nudo, devo per forza fingere che indossi il più impeccabile degli smoking?
Nessuna crociata, la mia. Per carità. Oltretutto l’articolo che ha fatto infuriare i vecchioniani (anonimi) di questo blog, e che Vecchioni stesso (mi dicono) ha personalmente commentato, era come detto un’inchiesta sui cantautori globalmente valutati (e le critiche/riflessioni non erano solo mie ma di colleghi navigati quali Edmondo Berselli, Riccardo Bertoncelli, Luca Sofri, Enrico De Angelis ed Enrico Deregibus). Qualsiasi disco di Vecchioni fa comunque meno “danni” del 90 percento della “brutta musica fatta solamente con la batteria”, genere Mtv e affini.
Ciò detto, pensavo e penso che tra Vecchioni e De André (ma anche Gaber, Fossati, Conte, quasi tutto De Gregori, tutto Capossela, il Battiato pre-1995, etc.) ci sia non un abisso ma – almeno – due o tre. Senza avere alcuna pretesa di possedere
P.S. Se Roberto Vecchioni fosse un vino, secondo me sarebbe un Amarone (ma non di Quintarelli, e nemmeno di Bertani).
P.P. S. Ho anche letto, sempre in questo blog e sempre per via anonima, che Dalla pelle al cuore di Antonello Venditti sarebbe (pure questo) un capolavoro. Diamine, e io che credevo di vivere in un’epoca non molto generosa quanto a epifanie artistiche. Mi chiedo: se suddetti dischi sono da ritenersi indiscutibilmente capolavori, stille di saggezza, perle rare di poesia, e se la colpa di chi non li apprezza è la mancanza di un “retroterra emotivo” (questa è me-ra-vi-glio-sa), Libertà obbligatoria e C’era una volta in America cos’erano, manifestazioni terrene di Dio? J
