La presentazione alla Tana degli Orsi è stata molto piacevole. Cucina ottima, vini discreti (ne parlerò). Tra il pubblico c'era anche il critico Daniel Thomases (Veronelli), uno dei soloni americani simil jamesucklinghisti che predilige vini concentrati e morbidoni. Mi ci sono preso un po' a sportellate. Le persone come Thomases, a mio avviso, fanno male al vino. Non se ne può più dei loro giudizi da fedeli epigoni di Robert Parker. Basta.
La mia lista di vini degustati da recensire sul blog si è infittita considerevolmente. Ultimi non ultimi, oggi sono arrivate sei bottiglie di Medici Ermete e figli, gentile regalo di Alberto Medici (Lambrusco Reggiano storico) per "sdebitarsi" della mia citazione su Tennis Italiano. Conosco bene i loro Assolo e Concerto, mentre degusterò con viva curiosità il loro rosè Unique (se ne parla un gran bene).
Di questo e altro discorrerò nei prossimi post.
Domani, però, mi attende il Portogallo. Il mio luogo dell'anima con le Langhe.
Sono stato invitato dall'Ufficio del Turismo di Coimbra per partecipare, come giornalista, alla conferenza stampa dello scrittore José Rodrigues dos Santos, di cui Cavallo di Ferro ha appena pubblicato Einstein e la formula di Dio (appunto ambientato a Coimbra).
Starò là due giorni. Avrò anche l'occasione di alloggiare nella meravigliosa Quinta das Lagrimas e di provare il celebre locale di fado A capela. Non mi farò mancare vinho verde, bacalhau (possibilmente à la bras, ma anche zè do Pipo mi va bene), rosso del Dao, quejo e Porto come si deve.
Ci sentiamo al mio ritorno.

Stasera presenterò Elogio dell’invecchiamento alla Tana degli Orsi di Pratovecchio. E’ un luogo incantevole, che adoro.
Domenica ho parlato del Signor G al Cagli Festival Giorgio Gaber. Ho scoperto che per la locandina avevano usato una mia foto, scattata nel 1991 a Fiesole (la prima volta che vidi Gaber, avevo 17 anni). E’ stato un bel pomeriggio. A fine serata ho salutato Neri Marcoré, bravo a riportarlo a teatro nel suo Un certo Signor G.
L’occasione è stata buona per provare lo slowfood Il Daino a Frontone, nell'entroterra pesarese. Un buon posto, non indimenticabile. Bella carta dei vini, attenta ai prodotti marchigiani (ma non solo). Antipasto freddo e caldo, generoso, dai salumi marchigiani ai vari tipi di insalate (funghi, radicchio), frittatine, crescia (un tipo di pane/piadina cotta sulla brace) e coradella di agnello (pardon, detesto l’agnello e lo vieterei). Come secondo ho provato un filetto in padella cotto su crema di tartufo (lì è zona) e patatine fritte “alla casareccia”. Le patatine erano tagliate troppo fini, il filetto – insolitamente bianchiccio – servito sopra una fetta di pane abbrustolita ma resa “squacquerata” e oleosa dalla crema di tartufo. Il Daino è anche hotel, servizio cordiale (da quelle parti non è scontato), ambiente un po’ dispersivo (ve l'ho detto: è anche hotel) e buon rapporto qualità/prezzo. Onesti i ricarichi. Voto: 6+.
Ho provato due vini marchigiani, uno a pranzo e uno a cena. Eccoli.
Rosso Conero Grosso Agrontano Riserva 2004 - Garofoli ***
Da uve Montepulciano in purezza. Vitigno difficile, molto produttivo (gran parte delle uve “esogene” appartengono a questa tipologia, sono le famose uve usate di nascosto al centro e nord per tagliare e migliorare i vini). Coloratissimo, concentrato, debordante in tannini e morbidezza. Non brilla, di per sé, in acidità. Però, avendo tannini ruspanti, deve fare molto affinamento, quasi sempre su legno piccolo, e questo fa sì che all’ingentilimento dei tannini faccio seguito un surplus ulteriore di morbidezza. E addio acidità (ecco perché nella Doc Rosso Piceno, vinificatori intelligenti come Ampelio Bucci stanno aumentando la percentuale di sangiovese nel blend: per avere freschezza).
Insomma, il Montepulciano è un vitigno destinato spesso a deluderti (non tutti si chiamano Valentini o Emidio Pepe). Il Grosso Agrontano è forse il Rosso Conero Riserva (ora Docg) più famoso, la Guida Espresso mette questa annata al primo posto della categoria. Prezzo onesto, 15 euro in cantina e 20 al ristorante. E’ di corpo, “pieno”, morbido, dai profumi intensi ma non così complessi come mi aspettavo (anzitutto frutta rossa sotto spirito e spezie dolci). Difetta – eh sì – in acidità, quindi non so quanto convenga aspettarlo, considerato poi che i tannini sono già adesso addomesticati. Pecca in personalità. Un po’ statico nella progressione gusto-olfattivo, più alcolico che balsamico, abbastanza persistente.
Colli Pesaresi Sangiovese La Ripe 2005 – Roberto Lucarelli - **+
Premessa: la Doc Colli Pesaresi è ben poco esplorata e Lucarelli (di Cartoceto) è uno dei pochissimi a crederci. Bravo per l’impegno, quindi. Qui si vinificano anzitutto Bianchello del Metauro e sangiovese. Un sangiovese piccolo, simile al clone romagnolo, detto "dal cannello lungo". La Ripe è il sangiovese (in purezza) base dell’azienda. Costa poco (6 euro in enoteca), è meritevole come attitudine (volontà di valorizzare il territorio eccetera) ma non ha molto da offrire. Ha la freschezza del sangiovese (in un’annata peraltro non memorabile) ma al tempo stesso una fastidiosa invadenza del rovere. Abbastanza intenso, abbastanza complesso, abbastanza equilibrato, abbastanza persistente. Il trionfo dell’abbastanza. Sono sicuro che ai corsi Ais di Pesaro lo usano per le degustazioni del primo livello.
E' un mondo indecifrabile. Andreas Seppi vince con Rafael Nadal. Umberto Veronesi si candida nel Partito Democratico. Alessandro Gassman in Caos Calmo ha imparato a recitare. Luca Maroni crede davvero nel logisma della fruttosità.
Confesso di avere sempre meno certezze.
Una di queste era e resta Giorgio Gaber. Domani, alle 18, sarò al Ridotto del Teatro di Cagli per una conferenza stampa con Neri Marcorè, il regista teatrale Giorgio Gallione e l'editorialista Edmondo Berselli. Poi, alle 21.15, Marcorè metterà in scena Un certo Signor G.
Entrambi gli eventi rientrano nel programma del meritorio Giorgio Gaber Cagli Festival.
Se passate da quelle parti, ci vediamo là. Non perché ci sia io: perché c'è Neri.
Perché, da qualche parte, c'è anche il Signor G.

Foto di gruppo a casa Principiano
Forse è una fortuna che non viva in Langa. Se ci abitassi, peserei più di 100 chili e come minimo avrei problemi epatici.
Andare in Langa, come in Portogallo, è per me un (ri)fare ordine con me stesso.
Sabato scorso è stata la classica giornata perfetta. Sono andato con mia moglie, Linda, e due amici, Gabriele e Massimiliano (questi ultimi sono facilmente riconoscibili nelle foto perché hanno lo sguardo palesemente obnubilato dall’alcol). Giornata intensa: pranzo allo slowfood
Pomeriggio-pellegrinaggio dal grande Flavio Roddolo (una 16-18.30 che poteva protrarsi fino a tarda notte).

Il pellegrinaggio a Bricco Appiani da Flavio Roddolo
Quindi, merenda-cena (dalle 19 fino a notte inoltrata) da Ferdinando Principiano, l’enfant prodige di Monforte d’Alba, ex barolo boy (inteso come ex barolista ipermodernista) folgorato sulla via della non-barrique e del lievito indigeno. Oggi lavora in regime vinoverista, cerca la sua strada e la sua Barbera d’Alba
Alla tavolata di sabato da Principiano hanno partecipato Ferdinando stesso, la moglie spagnola (che buone, le sue tortillas!), il monumentale sosia di Kubrick Marco Giacosa (una delle persone più simpatiche e intelligenti che abbia mai conosciuto, ed era la prima volta che lo vedevo de visu) e il noto telecronista tennistico Federico Ferrero, la voce più ascoltabile di Eurosport (ancor più dopo le dimissioni del grande Antonio Costanzo).

Marco Kubrick Giacosa, Federico Ferrero, Massi, io e Gabriele
(Piccola digressione: per chi non è avvezzo al tennis, Ferrero è facilmente riconoscibile. No, non dalla erre moscia - che è in realtà un rotacismo sabaudo, se gli dite erre moscia si inalbera e scrive un post di 8 pagine sul suo blog Wildcard: quella è di default a Eurosport. Lo riconoscete perché il tennis, a Eurosport, lo fanno in tre. Tutti bravini, politicamente corretti, ligi al protocollo; l’opposto di Gianni Clerici e Rino Tommasi. Uno è ipercompetente ma ha un po' la sindrome del sotuttoio, tifa sempre per i più forti, ha l’allegrezza di Leonardo Manera e l'ugola carismatica di Tabacci: non è Ferrero. L’altro sembra essere il classico manager berlusconiano, incline a correre in soccorso del vincitore e rinverdire la favoletta nazionalpopolare de “il tennis italiano sta benissimo e chi non la pensa così è disfattista” - seeeh, buonanotte: neanche questo è Ferrero. Che a questo punto, per forza di cose e di esclusione, è il terzo. L’ho conosciuto dal vivo ed è la persona contorta, dotata - più di quanto creda - e intelligente che pensavo. Fine piccola digressione).

Tutto, sabato, è andato bene. Compresi i vini degustati, molti, che qui vado a segnalare e valutare.
Dolcetto d’Alba Bricco Bastia Conterno Fantino 2005 - ***++
Loro sono tra i maestri del Barolo monfortino (nonché aiutanti di Gigi Garanzini e compagna per il progetto Eresia). E' un Dolcetto territoriale, di carattere, intenso e di buona persistenza. Un Dolcetto davvero lungo, di razza. La parola giusta è: “preciso”. Commovente il rapporto qualità-prezzo (9 euro in enoteca).
Barbera d’Alba Brichet 2004 Ca’ Viola - ***++
Dolcetto d’Alba 2006 Cascina Amalia - **++
Uno dei vini prodotti nella Cascina nella quale abbiamo dormito. Non compaiono in nessuna guida. Paragonati alle molte aziende encomiabili di Langa, c’è molto da imparare, ma se li accostate ai classici “vini contadini”, vi rendete conto che il livello medio langarolo è comunque superiore. Di buona beva, pecca in profumi, persistenza e personalità. Ma ha un ottimo prezzo (6 euro)
Dolcetto d’Alba 2005 Flavio Roddolo - ***++
Dolcetto d’Alba Superiore 2005 Flavio Roddolo - ***+
Nebbiolo d’Alba 2004 Flavio Roddolo - ***++
Barolo Ravera 2003 Flavio Roddolo - ****
Langhe Rosso Bricco Appiani 2004 Flavio Roddolo - ****
La mia passione per i vini di Roddolo, terrosi e sanguigni, veri e di gran carattere, è nota. Nella mia ultima visita la sorpresa principale è stata, paradossalmente, il Dolcetto base 2005, che un anno dopo l’imbottigliamento si è presentato in forma smagliante, a conferma che i vini di Roddolo (come lui non manca mai di ripetere) vanno aspettati più degli altri. Discorso che vale ancor più per il Dolcetto Superiore
Barbera d’Alba Laura 2006 Ferdinando Principiano - ***
Langhe Nebbiolo Coste 2006 Ferdinando Principiano - ***
Barbera d’Alba
Barolo Boscareto 2003 – Ferdinando Principiano - ***+
Barolo Boscareto 1999, 1998, 1996 - **** , ***+, ***+
Barolo Cannubi 1999 Damilano - ***+
Ringrazio ancora Principiano per il trattamento regale e vi invito a provare i suoi vini. E’ interessante degustare le vecchie annate, nelle quali si faceva seguire da Beppe Caviola e aveva un’idea modernista del vino, per notare le differenze sostanziali rispetto alla produzione attuale. I vini base di adesso sono sanguigni, anzitutto succosi e polposi. Forse un po’ troppo concentrati, ma di lenta chiusura e sicuro equilibrio. Il vino che più mi ha convinto è decisamente
Verduno Pelaverga 2006 Fratelli Alessandria - **++
Il Verduno, da uve autoctone Pelaverga (piccolo), è il vino rosso “delle merende” langarole. Ha una produzione limitata al paese di Verduno e zone immediatamente limitrofe. Lo trovate solo lì. Fratelli Alessandria è uno degli interpreti più lodati. Un vino che mi sta molto simpatico e che, quando vado in Langa, almeno una volta “devo” provare per sentirmi uno del posto. Sarà però che era domenica ed eravamo stanchi, ma questo
Perdonate la lunghezza esondante di questo post, ma visto il trattamento e l’importanza dei soggetti in questione, era il minimo.

Perdonate l'assenza. Sono alle battute finali (spero) del nuovo libro e ho avuto bisogno di tre giorni e ampie dosi di tapis roulant per smaltire la splendida due giorni langarola (ne parlerò diffusamente presto, foto e "voti" compresi).
Oggi ho ricevuto una lettera - per meglio dire mi è stata inoltrata. Nel numero di Tennis Italiano in edicola, mi sono divertito ad accostare vini e tennisti: Federer è il Sassicaia, Nadal l'Amarone, Gasquet il Barolo e via così. Un articolo ironico, sullo stile vini-politica.
Nell'articolo ho accostato i tennisti esteticamente meno avvenenti all'Est! Est! Est!!!. Una forzatura, un gioco. Caso ha voluto che uno dei lettori più assidui di Tennis Italiano fosse il sindaco di Montefiascone, Fernando Fumagalli, che ha mandato al Direttore del mensile (Enzo Anderloni) una simpatica e arguta lettera.
Ad essa ho risposto. Ecco la nostra corrispondenza.
Egregio Direttore, in riferimento all'articolo di Andrea Scanzi dal titolo "... e se i Tennisti fossero un vino?" apparso nel numero di Febbraio 2008 della rivista "IL TENNIS ITALIANO", con la presente, nella duplice veste di Sindaco di questo Comune e affezionato lettore, colgo l'occasione per ringraziarLa dell'accostamento del nostro vino Est! Est!! Est!!!, vanto della nostra terra e conosciuto in tutto il mondo, ad atleti considerati "inguardabili e stupratori di racchette" anzi per citare le stesse parole dell'autore dell'articolo "mal fatti, grezzi, immeritatamente famosi".
Mi è gradita comunque l'occasione per invitare Lei ed il Sig. Scanzi alla 50° edizione della Fiera del Vino che si terrà a Montefiascone dal 01 al 17.08.2008 per brindare con il nostro
squisito vino.
Cordiali saluti
IL SINDACO
Fernando Fumagalli
Gentile Sindaco,
la ringrazio per l’attenzione e la fine ironia della sua risposta. Appunto, ironia: come il mio articolo e i miei accostamenti tennisti-vino.
Senza entrare troppo nel dettaglio enologico, e tralasciando di dilungarmi sulle virtù più o meno taumaturgiche del blend di uve bianche alla base dell’Est! Est!! Est!!! (procanico, malvasia bianca lunga e roscetto), la mia idea sulla vostra Doc è che, se nel 1100 il coppiere del vescovo tedesco Defuk, tal Martino, non si fosse ubriacato dalle vostre parti, oggi non ne parlerebbero in molti. Come certo sa meglio di me, quasi mille anni fa Defuk mandò Martino a scovare i migliori vini del tempo. Quando li trovava, il coppiere-servo doveva scrivere sul muro la parola “est”, che stava a significare “wow, quanto è buono il vino di qui!”. Per il bianco di Montefiascone, molto diverso (ovviamente) da quello odierno, ne scrisse addirittura tre: io mi fermerei a un semplice “è” (vino).
Caso vuole che abbia passato l’ultimo Capodanno dalle vostre parti, nell'Alta Tuscia, a Serpepe, due passi da Montefiascone. Zone splendide, bei formaggi. Non così i vini. Bianchi che vanno bene con la vostra cucina, buoni per sgrassare il palato, lodevoli per il tentativo di valorizzare le vostre varietà di trebbiano e malvasia, ma mai pienamente convincenti. Ho provato anche i vostri “cru”, le vostre aziende di punta come Leonardi e la celebrata Falesco dei Cotarella (ora in Umbria). Mi pare però - opinione squisitamente personale - che i vini bianchi romani (penso anche al Frascati o ai Castelli Romani) puntino più alla quantità che non alla qualità. Li trovo un po’ anonimi, modesti, “agricoli”: proprio come le volèe di Korolev.
La ringrazio nuovamente per il tempo dedicatomi e per l’invito alla Fiera del Vino di agosto. Chissà che, in quella occasione, non mi ricreda.
Con stima,
Andrea Scanzi

In Toscana abbiamo i Supertuscans, gli uvaggi con o senza sangiovese, l'uso/abuso dei vitigni internazionali (o alloctoni, o migliorativi: chiamateli come volete).
In Piemonte - si sa, il mio punto debole - vanno più a monovitigni, amano il vino in purezza. Ma anche loro hanno un blend regionale, il famoso uvaggio piemontese, che è poi nebbiolo e barbera (qua e là con piccole aggiunte dei vitigni migliorativi di cui sopra).
Io preferisco i vini-monovitigno, ma non essendo un khomeinista, amo provare di tutto. Caposaldo degli uvaggi piemontesi è il Bric du Luv ("Bricco del Lupo") di Ca' Viola, straordinaria azienda di Dogliani artefice di due dei migliori Dolcetto nazionali (anzitutto il Barturot, poi il Vilot). Lui, Beppe Caviola, è consulente per molte altre aziende piemontesi (ad esempio Cascina Corte, e fino a qualche anno fa Principiano).
In realtà il Bric du Luv è uvaggio per modo di dire: 95 % barbera e 5 % nebbiolo. Ieri ho provato un'annata 2000, non la migliore, ma comunque degna. Parliamo, per intendersi, del classico vino abbonato ai Tre Bicchieri (per quel che valgono). Un vino-monumento (anche all'estero). Prezzo attorno ai 30 euro in cantina.
La mia valutazione è di ****.
Dopo sette anni e mezzo dalla vendemmia, ha dimostrato di essere arrivato benissimo a oggi. La longevità non è in discussione: la freschezza della barbera c'era ancora. I 15 mesi in barrique, sapientemente usati, hanno contribuito a dare tannini dolci ma non un'invadenza di toni vanigliati. Meglio al gusto che all'olfatto. Al naso trionfa anzitutto il fruttato: prugna, lampone, poi (per aroma di bocca) ciliegia sotto spirito (14.5 gradi si sentono), amarena e ribes nero. Solo col tempo arriva una speziatura dolce e qualche "eco" di cacao. Più intenso che complesso, ma decisamente fine.
Molto bene l'esame gusto-olfattivo: morbido ma non stucchevole, spina dorsale acida viva, equilibrato e decisamente persistente: bevibilità impeccabile.
Capisco che anche ai piemontesi viniveristi, alla lunga, l'uvaggio piemontese possa essere venuto a noia, ma ad averne, di vini così. In Toscana, in questi casi, si parla di belli senz'anima. Qui c'è sia la bellezza che l'anima (anche se mai quanto un Barolo "vero").
Vino decisamente da provare.
Ah. Domani e domenica visiterò l'azienda di Ferdinando Principiano con mia moglie e due amici. Faremo una merenda-cena che si preannuncia invitante. Ci saranno anche gli amici Marco Giacosa, che ogni tanto da queste parti passa, e Federico Ferrero, nota voce tennistica di Eurosport (a destra, tra i link, trovate quello al suo blog dove ogni tanto amiamo far finta di litigare).
Prima di andare da Ferdinando, visiterò con la consueta e giusta sacralità la cantina di Flavio Roddolo.
Domenica non mi farò mancare uno slowfood langarolo. Vi farò sapere.
Ecco un bel vino. E' un Igt grossetano, come l'Avvoltore, solo che qui la percentuale maggiore non è sangiovese ma cabernet franc. Si chiama Ampeleia, che è anche il nome dell'azienda. Nasce a Roccatederighi, frazione Meleta. Negli anni Ottanta e Novanta, buona parte della (esigua) truppa di vini grossetani di pregio, era sulle spalle di Ampeleia. Dietro c'è la produttrice trentina Elisabetta Foradori.
Io ho degustato l'annata 2003, notoriamente non la migliore. Oltretutto il progetto Ampeleia non era ancora pienamente centrato. Solo dall'annata 2004 l'azienza ha ritenuto ultimato questo percorso specifico, aggiungendo a cabernet franc (50%) e sangiovese (20%) un restante 30% composto da 5 vitigni del bacino mediterraneo (alicante, carignano, grenache, mourvedre e marselan).
Eppure già nell'annata 2003 (***++) le potenzialità le ho trovate tutte. Il carattere erbaceo del cabernet franc era meno distinto di quanto mi aspettassi, ma i profumi erano comunque complessi, speziati, tostati e terrosi, con una alcolicità non invasiva (nonostante il millesimo). Un vino persistente, equilibrato, elegante, non muscoloso (per quanto potesse non esserlo nel 2003), che sceglierei ai corsi Ais come emblema del vino rosso sapido (la sapidità è così pronunciata da far venire quasi voglia di usare la parola "salato"). Del resto il mare non è distante e il terreno dona naturalmente salinità a vigne e frutti.
Cercherò con vivo interesse le annate 2004 e 2005, da cui mi aspetto molto. Il prezzo si aggira sui 23 euro (a questa cifra l'ho preso al Pacianca di Follonica), forse un po' meno in enoteca.
Uberti è una delle più pregiate aziende di Franciacorta. Ha sede in un luogo particolarmente vocato, Erbusco (Brescia). In questo blog, mesi fa, ho parlato di quello che per me è il loro vino migliore, il Pas Dosé Sublimis 2001.
Al Pacianca di Follonica ho pasteggiato a bollicine, una mia fissa quando ho a che fare con il pesce e in particolare con la frittura. Avrei voluto provare il Satèn di Cavalleri, concezione di Franciacorta molto aderente al "modello-Champagne": era scritto in lista, ma non presente in cantina (cartellino giallo per Pacianca, ma il Cavalleri è difficile da reperire). Idem per il Satèn Magnificentia di Uberti.
Ho così dirottato sul Franciacorta Brut Francesco I sa ("sa" sta per "senza annata", ai ristoranti lo danno per scontato e uno si sente sempre in imbarazzo a chiedere "che vuol dire sa?"). E' il classico uvaggio da Metodo Classico italiano (e in particolare Franciacorta): maggioranza Chardonnay (75%), poi Pinot Bianco (15%) e Pinot Nero (10%). Senza Pinot Nero sarebbe stato un Blanc de Blancs, solo Pinot Nero lo avremmo chiamato Blanc de Noirs.
Per semplificare, lo chardonnay dà eleganza e profumi, il pinot nero dà struttura e il pinot bianco - il più gentile dei tre - dona fragranza e funge da "consulente matrimoniale" tra i due più blasonati uvaggi (tale ruolo, nello Champagne, è appannaggio del pinot meunier).
Il Francesco I è un buon Franciacorta, anche se non ha un vantaggioso rapporto qualità/prezzo (difetto tipico della zona). Io l'ho pagato 25 euro, in enoteca sta sui 20.
La mia valutazione è di ***+.
E' cristallino al colore, un giallo dorato vivo e lucente; al naso è fragrante, intenso ma non particolarmente complesso, con sentori di crosta di pane e poi una nitida nocciolina americana, quindi mandorla tostata e frutta bianca; fresco, abbastanza sapido, di struttura agile, abbastanza equilibrato, non elegantissimo e con una tensione moderata (avvertenza: la "tensione" è un modo cool per alludere alla persistenza, non è altro che la capacità del vino di "resistere nel tempo" e far durare le sue sensazioni). Spuma numerosa ma non particolarmente fine, anzi un po' "spessa". Va bene con la frittura, meno con primi o pesci elaborati.
Parlare di vino base per una bottiglia da 20 e più euro suona un po' fuorviante, ma così è. Del Francesco I esiste anche la versione rosè (chardonnay e pinot nero).
Il mio locale preferito, nel Tirreno grossetano, è Il Corsaro. Si trova a Castiglione della Pescaia, proprio sulla spiaggia: locale spartano, non compare in nessuna guida, ma il pesce è ottimo e l'antipasto chilometrico vale - da solo - la visita.
D'inverno è a lungo chiuso e le alternative, nella zona, non pullulano. I locali sono sopravvalutati o cari (buone locande si trovano nell'entroterra, ad esempio a Tirli, malì si mangiano carne e funghi).
Sabato ho provato una valida alternativa, fidandomi di una new entry slowfood. Il ristorante si chiama Pacianca, è in fondo a Follonica, a due passi dal mare. Non è uno slowfood classico, l'architettura è moderna. Ha aperto da poco. I gestori sono gentili, piacevolissimi. Si respira convivialità e ti accolgono con un piccolo assaggio della loro cucina (a me sono toccati dei piccoli panzerotti).
La carta dei vini predilige i (non molti) rossi grossetani di pregio. Tra i bianchi ci sono alcuni classici e qualche buon Franciacorta. Dei tre proprietari uno è sommelier, può ampliare la lista.
Molto valida la cucina. Con Linda abbiamo provato carbonara di mare (piatto slow food) e penne pacianca (pesto, pesce azzurro e gamberetti). Per secondo, frittura di pesce (totani e calamari) e orto (melanzane, zucchine). Meglio il primo del secondo. Alcuni piatti sono fissi, altri vanno a rotazione sulla lavagna. I dolci sembravano promettere bene.
Concludendo: locale da 7, cucina e cordialità da 7.5, carta dei vini da 6.5. Media 7+. Ve lo consiglio.
Lì ho degustato e acquistato due vini di cui parlerò nei prossimi post, l'Extra Brut Franciacorta Francesco I di Uberti e l'Ampeleia 2003.
Nel prossimo numero della rivista dell'Ais di Padova, uscirà questo articolo. E' un affettuoso reportage della serata, a cura di Stefano De Marchi (il primo alla mia destra).
Mi piace riportarlo.
La foto, scattata a fine serata (l'altro ospite che esibisce la targa è il produttore Gianni Borin), esprime abbastanza bene il mio concetto un po' "iper-moderno" di look e divisa Ais.
“Elogio all’invecchiamento”
E’ questo il titolo del libro, ultimo sforzo letterario di Andrea Scanzi, giornalista, scrittore, sommelier e degustatore AIS. Giovedì 31 gennaio 2008 presso l’Hotel Ceffri di Monselice, Andrea, o meglio il sommelier Scanzi della delegazione di Arezzo, ci ha deliziato della sua presenza per presentarci la genesi del libro, alcuni retroscena e aspetti meno noti che ci hanno fatto ancor più apprezzare questo bellissimo libro che in poco più di 300 pagine ci porta a scoprire i “10 migliori vini italiani (secondo l’autore!) e i trucchi dei veri sommelier”, come recita il sottotitolo del libro).
Autore eclettico, vulcanico e appassionato, Scanzi ci ha intrattenuto disquisendo sia sui vini che lui giudica i migliori vini italiani, ma soprattutto dei “signori” del vino.
Ci ha parlato di Flavio Roddolo, l’uomo-nebbiolo, l’iconografia del coltivatore langarolo, che produce tra l’altro un Dolcetto d’Alba Superiore che nell’annata
Poi si è passati a parlare di Lambrusco, un vino leggero, beverino ma che deve la sua tipicità alla terra da cui proviene, sia come terroir che come spirito dei produttori-vignaioli: l’Emilia. Qui non si poteva non nominare il Campanone di Lombardini che unisce al colore vivo e brillante del lambrusco l’esperienza di chi ama e viva la propria terra.
Andrea è poi passato al sud con l’Aglianico del Vulture Don Anselmo 2001 di Paternoster. Vino di grande struttura, ma con sentori strani, di pietra focaia… perché prodotto in una terra di vulcani, appunto il Vulture.
Non si poteva finire soffermandosi sul vino che e’ considerato il “mito dei miti” dei vini italiani: il Sassicaia della Tenuta S. Guido di Bolgheri. Ci ha parlato dell’incontro con il marchese Niccolò Incisa della Rocchetta, l’attuale proprietario della rinomata cantina dell’entroterra livornese, che gli ha raccontato della genesi del Sassicaia prodotto con uve cabernet franc e sauvignon impiantate su un terreno che inizialmente era coltivato a grano, olio e foraggio. Potremo qui continuare a raccontare altri aneddoti e “segreti” dei 10 migliori vini indicati da Scanzi, ma volutamente tralasciamo per non “svelare” al lettore curioso di leggere il bellissimo libro.
La serata è poi continuata con la degustazione dei vini dell’Azienda Borin Vini & Vigne di Monticelli di Monselice. Alla presenza di Gianni e del figlio Giampaolo, dopo una necessaria presentazione dell’azienda, abbiamo potuto degustare e apprezzare l’uvaggio bordolese Zuan 2004, la cui degustazione in anteprima è stata fatta da Andrea Scanzi, al superbo Fiore di Gaia, un moscato secco di eccezionale struttura e gradazione (ben 14%), per poi passare al Pinot bianco Monte Archino 2006, al nobile merlot Vigna Foscolo 2006 e concludere in “dolcezza” con il Tintodoro moscato giallo 2006.
“Elogio all’invecchiamento”, un titolo che sottende due invecchiamenti: quello del vino ma anche delle persone che conservano i segreti di come produrre il vino. Scanzi, conclude il suo libro con queste meravigliose parole.
“Credo che invecchierò. Non credo bene come il Brunello Biondi Santi. Non credo bene come Biondi Santi stesso.
Credo che raccontare un vino sia raccontare il passato, comprendere il presente, scrutare (non senza sgomento) il presente.
Credo che il vino sia come la musica, uno splendido cavatappi per le emozioni.
Credo, sempre di più, che nell’eterna lotta tra figli e padri, gli unici a vincere siano i nonni. A distanza. Con discrezione. Quasi immortali, certo indimenticabili”.
Grazie Andrea per questo tuo contributo al mondo del vino! Ci auguriamo che l’AIS di Padova sappia sempre più cogliere queste occasioni di cultura e di formazione.
Stefano De Marchi