Domani, 31 gennaio, sarò ospite della delegazione AIS di Padova.
A partire dalle ore 20, presenteremo Elogio dell'invecchiamento, degusteremo un bordolese della zona (lo Zuàn 2004 di Borin) e, al termine dell'incontro, ceneremo insieme.
La serata avrà luogo presso il ristorante Villa Corner di Monselice (Padova), all'interno della struttura alberghiera Il Ceffri.
Mi hanno detto che sarò sottoposto a un amichevole fuoco di fila. Sarà divertente (spero).
Ahinoi, il periodo caldo della stesura del nuovo libro prosegue. In più, come se non bastasse, in queste settimane ho seguito con attenzione e divertimento l'edizione degli Australian Open (forza Tsonga!).
Spero, presto, di poter tornare a postare qui una volta al giorno.
Giovedì prossimo presenterò il libro a Monselice, ospite di una cena-degustazione organizzata dagli amici della Delegazione Ais di Padova. Sarà, credo, una bella serata.
Oggi, invece, mi va di postare alcune recensioni degli ultimi vini degustati, tutti toscani (che per me è quasi strano).
Grattamacco Bolgheri Rosso 2005 ***
Il "base" di una delle aziende che preferisco di Bolgheri. Un Bolgheri onesto, piacevole, da tutto pasto, con l'erbaceo del Cabernet Sauvignon che non si fa prevaricare dal rovere. L'azienda usa anche una piccola percentuale di Sangiovese, che a Bolgheri non è mai memorabile (il migliore è forse di Michele Satta), ma che nel blend può aiutare a rendere l'abbinata cabernet-merlot meno facilona e più elegante. Il vino di punta, assai lodato, è il Superiore.
Chianti Classico 2005 Renzo Marinai ***
Idem come sopra, anche se qui parliamo di sangiovese in purezza. E' il "base" di un'azienda in crescita, biologica certificata, che ha fatto parlare di sé principalmente per la Riserva 2004. Questo Chianti Classico non è indimenticabile, ma gradevole sì e territorialmente onesto.
Cortona Syrah 2005 - D'Alessandro
In Elogio ne parlo spesso, per i cortonesi (e zone limitrofe) come me l'azienda D'Alessandro è il punto di riferimento del syrah. Ma non solo per noi concittadini: il loro Bosco è indubbiamente uno dei syrah italiani più encomiabili. Questo è invece il base, meno pregiato ma comunque dai sentori nitidi di spezie (pepe), bella struttura, tannino ruspante. Non incredibile la persistenza, discreta l'eleganza. Probabilmente va un po' aspettato. L'annata 2004 mi aveva convinto di più, qui siamo "solo" su una sufficienza, come per i due vini precedenti. Comunque una bottiglia sicura, se volete al ristorante un vino sui 15-20 euro.
Chianti Classico 2005 - Isole e Olena ***
Non la migliore edizione del Chianti Classico “base” per un’azienda che, giustamente, è ritenuta tra le migliori della zona (siamo a Barberino Val d’Elsa, il vino di punta è il Cepparello). Isole e Olena è grande interprete del sangiovese, fedele al territorio e agli scherzi del clima. L’annata 2005 ha prodotto un vino meno caratterizzato, con struttura tenue. Godibile, ma un passo indietro rispetto alla media qualitativamente alt(issim)a dell’azienda.
Pongelli Doc Rosso Piceno 2006 – Bucci ***+
L’annata 2005 mi aveva colpito per la squisita freschezza. La 2006 ha forse più frutto cotto, ma resta una tipologia di vino – per serbevolezza, acidità, struttura “educata” – perfetta per confutare chi ritiene inconcepibile (ad esempio) i vini rossi con il pesce. Classico vino da tutti i giorni (ma di livello).
Vignanova 2004 – Cooperativa Agricola Paterna ***++
Finalmente un sangiovese aretino meritevole. Paterna è una frazione nel Valdarno aretino, tra San Giustino e Loro Ciuffenna. Attaccata alla Cooperativa – biologica – c’è un ristorante slow food, L’acquolina. Il Vignanova è un sangiovese in purezza che fa della tipicità e della bevibilità le sue prime ragioni d’essere. Bene anche al naso, che dopo le difficoltà iniziali ad aprirsi svela le sue note di frutta, fiori e leggere note erbacee. Un vino piacevolissimo, a un prezzo molto competitivo. Lo consiglio senza remora alcuna.
Montevertine 2002 - ***++
Ecco: il sangiovese (o sangioveto) deluxe lo trovate a Montevertine. Il vino di punta è il noto Pergole torte, il base è il Pian del Ciampolo. Il Montevertine sta nel mezzo, l’annata 2002 (notoriamente) è stata sfigata. Eppure il vino in oggetto, esile e quasi timido, ha una freschezza strepitosa, un’alcolicità che non opprime (12), eleganza discreta e a distanza di più di cinque anni mostra forma invidiabile. La famiglia Manetti ha fatto, e fa, tantissimo per la piena valorizzazione di un vitigno che può essere tutto e niente.
Girolamo Russo Etna 2004 - ***
Un Etna più bevibile e meno ambizioso del Guardiola Tenuta delle Terre Nere. Altro vino da tutti i giorni.
Delas St. Espril Cote du Rhone 2004 Rouge - ***+
70 percento di Syrah con 20 percento Grenache e restante Mourvedre e Carignan. Ha bella forza, speziatura tipica del Syrah (anzitutto pepe), sentori di frutta rossa matura. Forza e tannini irruenti. La struttura e l’importanza ne impongono la stappatura con piatti che lo giustifichino.

Assolo – Medici Ermete & Figli ***++
Uno dei Lambrusco reggiani più noti e lodati. Bello fruttato, deliberatamente morbido (ma senza dimenticare la freschezza), per i reggiani “alternativi” è troppo nazionalpopolare per convincerli appieno. Questioni di lana caprina: nella sua tipologia è impeccabile.
Riserva dei fratelli - Ca’ de Noci - ***+
Metodo classico reggiano da uve spergola in purezza. Molto interessante, anche se il primo impatto al naso è molto “da vino vero”, cioè fecce e quant’altro (la famosa “puzzetta”). L’azienda, va da sé, lavora in maniera naturale. Bel colore, acidità spiccatissima, buon perlage e una forza detergente che è il suo principale vanto.
Sottobosco 2006 Ca’ de Nioci - **+
Lambrusco reggiano da uve grasparossa, malbo gentile e maestri. Decisamente troppo rustico al naso, troppo corto in bocca. Non mi ha convinto. Classico vino naturale “troppo” naturale.
Corte degli Attimi Lambrusco di Sorbara – Fiorini ***+
Uno dei Lambrusco di Sorbara più interessanti. Rispetto ai Chiarli e Cavicchioli è più carico al colore, di maggior struttura e con una inconfondibile nota di mela cotta. L’ho bevuto da una Magnum gentilmente regalatami dal produttore durante la presentazione al Paguro Caffè di Reggio Emilia. Assaggerò con curiosità il rosato, Curtis in Lama, da Lambrusco di Sorbara e pinot nero.
Barbera d’Alba Quass 2004 – Pecchenino ***+
La Barbera vera deve avere acidità da vendere, questa ce l’ha. Potente, austera, non del tutto equilibrata (va aspettata ancora un po').
Dolcetto di Dogliani Sirì d’Jermu 2006 – Pecchenino ***++
L’ho bevuto giovane, è stato un infanticidio. Ma ero curioso: Pecchenino è uno dei nomi sacri di Dogliani. Giustamente: il Sirì d’Jermu è l’archetipo del Dolcetto di Dogliani, bello fruttato e polposo, accattivante e con spiccata personalità. Con il tempo smaltirà l’eccesso di frutta all’olfatto, per aprire un bouquet più composito. “Obbligatorio” assaggiarlo, per capire che gusto “deve” avere il Dogliani (ora Docg) cru, destinato all’evoluzione. Di Pecchenino non ho ancora assaggiato il Bricco Botti, ritenuto in azienda il vino di punta, più evoluto e con maggiore affinamento in legno. Ho invece in cantina una bottiglia di San Luigi 2005, splendido dolcetto base.
Dolcetto di Dogliani Vigna Pirochetta 2005 – Cascina Corte ***
Un vino che consiglio per chi vuole capire cosa si intende per “serbevolezza”, cioè grande bevibilità. E’ un vino educatissimo, di struttura esile, molto indicato per il pasteggio e per chi vuole che il vino non prevarichi mai sul cibo. Forse difetta in personalità, è su questo che i bravi coniugi Barosi dovranno lavorare per migliorare il loro progetto biologico, già encomiabile (e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo).

Torniamo a parlare di vini degustati. Alcuni (Hispida, Eresia, Guardiola Tenuta della Terre Nere) hanno avuto un articolo a loro interamente dedicato. Di questi vini, qui, non riparlerò
I prossimi tre post, uno al giorno, ospiteranno le recensioni degli ultimi vini che ho assaggiato. Alcuni li conoscevo già, altri no.
Gran Rosso del Vicariato – Cantina Sociale di Quistello ***++
Il Lambrusco mantovano più ispirato della zona. Ne parlo a lungo anche in Elogio. Quistello si trova a Mantova. E’ un Igt (il nome Lambrusco non è ancora troppo accattivante), un blend (come tutti i Lambrusco mantovano). Il vitigno principe, qui, è il viadanese, che lo distingue dagli altri Lambrusco emiliani. Molto colorato, bella spuma, piacevole fruttato e buona acidità. Perfetto per conoscere il Lambrusco mantovano.
Pruno Nero – Cleto Chiarli ***
Da uve Grasparossa di Castelvetro, il Lambrusco tipico del sud di Modena. Più colorato e fruttato del Sorbara. Con meno personalità rispetto al Vigneto Cialdini (sempre di Cleto Chairli: ***+), ma gradevole.
Nivola – Cleto Chiarli ***+
Il Lambrusco “nero” di Chiarli, da uve Salamino e Grasparossa. Spuma cremosa, grande bevibilità, buona persistenza per un Lambrusco e piacevole freschezza.
Lambrusco Il Campanone – Lombardini ***+
Il Lambrusco da provare per capire cosa si intende per Lambrusco Reggiano da tutti i giorni. Rispetta fedelmente il territorio, ben fatto, senza inutili pretese estetizzanti. L’azienda lavora bene anche sui rosati e il Sorbara.
Lambrusco Vigna Migliolungo Vendemmia 2006 – Cantina di Arceto ***++
Fatto in collaborazione con l’Istituto Agrario “Zanelli” di Reggio Emilia. I cultivar presenti sono 40, di cui 21 Lambrusco (alcuni praticamente estinti). Uno dei Lambrusco più preziosi, originali e meritevoli del panorama italiano. Arceto è a due passi da Scandiano.
Ottocentonero – Albinea Canali **++
Da uve Salamino, Grasparossa e Ancellotta (per dare ancora più colore). Paragonabile al Nivola di Chiarli, ma con meno respiro e personalità. Onesto ma non pienamente convincente.

Stasera, alle 20.30, presenterò Elogio dell'invecchiamento al Paguro Cafè di Reggio Emilia.
Con me ci sarà Barbara Brandoli di Divinoscrivere.
Il vino della serata sarà il Corte degli Attimi di Fiorini, ottimo Lambrusco di Sorbara. Sarà una presentazione-degustazione.
Le notizie sulla serata le trovate qui.
Appena il nuovo libro (e gli Australian Open) mi concederanno più tempo, posterò le "recensioni" degli ultimi vini degustati. Perdonatemi, in questi giorni, per l'aggiornamento non così puntuale.

Il vino, cavatappi delle nostre anime
Di Gino Dato,
Con "Elogio dell'invecchiamento" Andrea Scanzi, sommelier, intende essere una guida (e non un giuda) anche per il neofita a scoprire le qualità spesso nascoste da una buona bottiglia. Che non sempre con il tempo migliora...
I vini sono come gli uomini e le donne. Non sempre, invecchiando, migliorano. Spesso perdono qualità negli anni. Non vanno oltre il frizzante del novello. Talvolta hanno una fama cui non corrisponde un reale pregio. E talaltra hanno pregi pur senza vantare blasone. Per
conoscerli, i vini, come per le persone, non bisogna fermarsi alla prima boccata. Dobbiamo studiarne le radici, i luoghi e tutto l’altro dal quale provengono. Con il gusto personale e la passione grande di chi vuole apprezzare i percorsi imprevedibili e molteplici della natura, senza
lasciarsi condizionare dalle tendenze e dalle mode.
Elogio dell’invecchiamento (Mondadori) di Andrea Scanzi è un libro per i neofiti e per gli intenditori: gli uni e gli altri non dovrebbero mai smettere di imparare sui vini come sugli uomini. L’autore, giornalista, scrittore e sommelier, ci guida a riconoscere qualità, prezzi, costellando il suo viaggio di piccoli e grandi consigli: come scegliere, come gustare, come
acquistare, come accoppiare con i cibo, come governare persino una sbronza.
Bere vino è una necessità dietetica, un piacere, un gesto di cultura?
Anzitutto un piacere, uno dei tramiti migliori per la convivialità. Poi un gesto di cultura, perché il vino è un’ottima cartina tornasole per comprendere il nostro presente, intuire cosa ci attende e capire quanto abbiamo imparato dal nostro passato. Ho sempre pensato che il vino e la musica, come ha scritto Anton Cechov, sono degli splendidi cavatappi dell’anima.
Quali caratteristiche, in sintesi, fanno "buono" un vino?
Il vino “buono” universale non esiste, ma ci sono dei marker che fanno la differenza: la sua bevibilità, la sua adesione al territorio, la sua unicità. La sua capacità di evolvere nel tempo, il suo saper invecchiare: non per nulla il mio libro si intitola Elogio dell’invecchiamento. I vini perfetti ma senz’anima non dicono nulla, stancano subito, non comunicano niente. Penso ad esempio alla moda dei Supertuscans, tanto cari quanto spesso deludenti. I vini “buoni”, a prescindere dal gusto soggettivo, sono quelli più buoni al terzo bicchiere che non al primo.
E qual è l’errore più comune che si commette nel valutare un vino?
Fidarsi dei voti della critica, far dipendere la qualità del vino dalla sua etichetta, dal nome, dall’azienda che lo produce e dal prezzo.
Un vino "deve sempre" sposarsi a un cibo? e come?
Esistono dei vini da meditazione, perfetti anche da soli, ma il vino nasce come accompagnatore di classe, non come solista. La corsa al vino griffato ha fatto sì che il mercato sia stato invaso da vini concentrati e molto alcolici, di fatto non abbinabili. Esistono delle “regole” – non immediate - da seguire per l’unione tra cibo e vino, basate principalmente sulla concordanza e la contrapposizione: tutte cose utili da sapere, ma trovo poco gratificante ancorarsi alle regole scritte. L’abbinamento che preferisco è quello “psicologico”, dettato dal momento. Uno dei capitoli del mio libro si intitola, provocatoriamente, Con i vini ci mangio quel che mi pare.
E’ importante oggi capire di vino quanto o più di quello che si mangia?
Capire di vino aiuta a non prendere fregature, ti permette di essere smaliziato e di scoprire i molti bluff dei soloni mediatici che hanno ridicolizzato la figura del sommelier, ma avvicinarsi culturalmente al vino significa, anzitutto, addentrarsi in un mondo splendido, ricco di storia, problematiche, fascino e sorprese.
Qual è la conoscenza media, o la cultura media, dei vini in Italia?
Siamo probabilmente il paese che più e meglio ha studiato e teorizzato il vino. Anche
Qualche consiglio per cominciare ad andare alla ricerca di buoni vini.
Comprare qualche buon manuale, frequentare almeno il primo corso Ais e non prendere per Vangelo i giudizi delle guide: non è un caso che guida sia l’anagramma di giuda. Credo che anche il mio libro (e il blog ad esso legato) possano aiutare, è scritto con un taglio adattissimo anche al neofita e al curioso.
Che cosa si attende dalla circolazione di questo suo libro?
In neanche due mesi Elogio dell’invecchiamento è andato in ristampa. E’ totalmente diverso dagli altri sul vino, un po’ didattico e un po’ ironico. Mi aspetto che continui a essere apprezzato come è accaduto finora, oltre ogni mia più rosea previsione.
Qual è il confine tra vino vero e vino estremo? Quando si passa da vino originale a vino bizzarro?
E' una delle molte cose che mi chiedo in Elogio. La spinta dei viniveristi verso percorsi lontani dal gusto omologato può portare a prodotti singolari (ma riusciti) come pure a ghiribizzi che lasciano un po' perplessi.
Tutte queste domande sono tornate attuali quando ho degustato lo Spumante H Brut Naturale Riserva Castello di Lispida, annata 2004. E' un Triple A di Velier. Prezzo abbastanza importante per uno spumante veneto (20 euro più Iva se ti va bene). Il mio amico Marco Sensitivi de La Bottega del Vino è una persona onesta, ma non tutti lo sono: se vi chiedono più di 30 euro in enoteca, lasciatelo lì.
Castello di Lispida si trova a Monselice, in provincia di Padova. La tenuta, bellissima, è gestita da Alessandro Sgaravatti, che si ispira ai concetti di agricoltura naturale del giapponese Masanobu Fukuoka. Il prodotto di punta è l'Amphora, da uve Tocai Friulano (ma ormai dovrei chiamarle solo Friulano) con lunghssima macerazione sulle bucce e uso gravneriano delle anfore. Sgaravatti, anzi, si definisce il primo ad aver creduto nelle anfore di terracotta, retaggio delle prime esperienze di vinificazione nel Caucaso e nell'Antica Roma.
L'H Brut è uscito una prima volta quest'anno. L'uva è ancora il Tocai Friulano, non certo un vitigno "classico" per la spumantizzazione. Il terreno è vulcanico, le vigne di discreta "anzianità". La procedura è (ovviamente) molto particolare: fermentazione in tini di legno aperto con lieviti naturali, rimontaggi giornalieri e nessun controllo della temperatura; successiva macerazione per 3 settimane. Affinamento per 3 anni in botti di rovere da 30 ettolitri e poi spumantizzazione breve in autoclave (una sorta di Metodo Charmat rapido, con alle spalle però un lunghissimo percorso di macerazione e affinamento). Nessuna filtrazione né aggiunta di solforosa.
Che spumante ne nasce? Gravneriano e molto riconoscibile. L'etichetta (bella) parla di spumante bianco, ma già sul colore si potrebbe discutere: la lunga macerazione e la non filtrazione fanno sì che il vino sia arancione-rosato. Le bollicine sono fini ma nè numerosissime né troppo persistenti. All'olfatto ha distinte note di miele, frutta candita, marmellata di agrumi (anzitutto arancia). Il "solito" vino di impostazione gravneriana che ha sentori da vino passito ma che all'assaggio rivela la sua natura secca.
E al gusto? Qui arrivano le perplessità. E' un vino nervoso, stimolante ma spigoloso, che chiede di essere atteso (cioè ossigenato) e bevuto a una temperatura più alta rispetto ai soliti spumanti. E' senz'altro fresco, ma non troppo elegante, con una persistenza poco dinamica (oddio, come parlo!?!) che perde per strada i "pezzi" (le componenti gusto-olfattive) e non lascia una sensazione di convincente finezza.
Il mio "voto" è un *** (quindi "promosso"). Il mio consiglio è di provarlo, perché è un vino coraggioso e va conosciuto. Con la mia adorata fonduta di pesce quindicinale, però, continuo a preferire il Pas Dosè di Haderburg o il Puro di Movia.

Molto piacevole la presentazione a Chiusi. Più di 50 persone, tutte attente (o brave a fingere di esserlo: in questi casi non si sa mai, le presentazioni possono essere di una noia obitoriale).
Ho anche scoperto un bel ristorante, Il pesce d’oro, sul lago di Chiusi. Un vero ristorane di lago, con prodotti tipici, cucina creativa ma al tempo stesso genuina, rispetto della tradizione e ottima carta dei vini. La gestisce il delegato Ais della Delegazione di Chiusi, Simone, uno dei relatori della serata.
Grazie al consigliere Andrea Micheletti, agli organizzatori, al Comune di Chiusi, a chi c'era (e complimenti per il chiostro).
Durante l’incontro, durato quasi quattro ore, abbiamo degustato due bottiglie, entrambe annata 2003: il Barolo di Paolo Conterno e il Brunello di Montalcino di Mastrojanni.
Barolo 2003 – Paolo Conterno ***++
Degustazione pienamente convincente, considerando la “gioventù” del vino (sarà al suo massimo tra qualche anno) e l’annata torrida. Va tenuto poi conto che questo è il Barolo base (il cru è il Ginestra, anche Riserva). L’alta gradazione (14.5 gradi) era evidente all’olfatto, con sentori di frutta rossa sotto spirito, unito alla gradevolezza della viola appassita, del tartufo e del sottobosco (azzarderei un tabacco). Ciò che però impreziosiva (e salvava) il vino era la spina dorsale acida, già intuibile dalla lucentezza all’esame visivo: una freschezza (nonostante la vendemmia assolata) che gestiva e “mascherava” lo pseudocalore, donando grande eleganza al vino e lasciando presagire una splendida propensione all’invecchiamento. Ancora una volta un Barolo adorabile. Ancora una volta la prova che l’etichetta, di per sé, dice poco. Un neofita potrebbe avere “paura” di una simile gradazione, optando per un vino meno alcolico. Attenzione, ragazzi: il “vero” alcol, quando si beve, è quello che senti, cioè quello che “vince” sulle componenti dure (acidità su tutte). Il Barolo di Conterno, proprio grazie alla sua freschezza e a un sapiente lavoro in cantina (dietro c’è anche Beppe Caviola, uno dei miei adorati – e qui so che farò storcere il naso a qualche khomeinista), rendeva quel surplus di alcol pienamente accettabile.
Riguardo all’azienda del felicemente tradizionalista Paolo Conterno – Monforte d’Alba, quindi il più virile e austero dei Barolo – aggiungo che è la meno nota (ma non meno meritevole) dei molti Conterno di Monforte. Penso ad Aldo Conterno (famoso per il Gran Bussia), a Conterno Fantino (famosi per il Sorì Ginestra) e Giacomo Conterno (famosissimo per il Monfortino).

Brunello di Montalcino 2003 – Mastrojanni **+ (voto in divenire)
Premessa fondamentale: il “voto” è sub judice perché l’annata degustata era un’anteprima, cioè non ancora messa in commercio. Una concessione alla serata (grazie!). L’enologo è Andrea Machetti, l’azienda una delle più instancabili nel valorizzare la zona di Castelnuovo dell’Abate. L’annata 2002 non è stata prodotta. La 2003, ovviamente (e giustamente), non era pronta. Le degustazioni “didattiche” servono a far capire determinati marker: ecco, questa bottiglia giovanissima di Brunello era l’emblema del vino che non ha ancora (minimamente) smaltito il legno: vanigliato, legnoso. E' un vino che invecchia in tonneau da 5 ettolietri per 6 mesi e in botti di Allier (più "cedevoli") per 3 anni. L’auspicio è che negli anni sappia smaltirlo. Quello che mi preoccupa è casomai il fatto che non ho scorto un’acidità sufficientemente pronunciata da lasciare intuire una grande evoluzione. Ripeto, però: è una bottiglia in divenire e il 2003 è stato torrido anche da noi (quindi meno freschezza). Performance passate dell’azienda (ad esempio l’annata 1997) dimostrano che il potenziale non manca.
Stasera sarò a Chiusi per una presentazione-degustazione, in collaborazione con il Comune e l'Ais di Siena. L'incontro si svolgerà nella Sala Conferenze di Via Paolozzi 6, all'interno del Chiostro adiacente la Chiesa di San Francesco, in pieno centro storico. La serata comincerà alle 21.15.
Le "prevendite" per la degustazione (un Barolo e un Brunello di Montalcino) sono andate velocemente esaurite (60 posti), ma la presentazione è aperta a tutti.
A gennaio farò altre due date dell'Elogio Tour. Eccole.
Venerdì 18 gennaio, Reggio Emilia, Paguro Cafè, cena-presentazione con Barbara Brandoli di Divinoscrivere, ore 20.30.
Giovedì 31 gennaio, Padova, degustazione-presentazione con la Delegazione Ais di Padova, ore 21.
Vi aspetto.
(scusate se l'aggiornamento di questo blog non è sempre quotidiano, ma il nuovo libro incalza).