Vi chiedo scusa per questo silenzio, ma in questi giorni sono in giro per agriturismi con mia moglie, dalle parti del lago di Bolsena.
Ieri, grazie all'invito di alcuni amici, ho partecipato a una serata degustazione all'interno di Orvieto Jazz. Si è parlato dei vini di Orvieto. Guido Barlozzetti, il relatore gigionissimo, ha ricordato la lunga storia di questo vino bianco (lo bevevano già gli etruschi, anche se era allungato con l'acqua, speziato e ci grattavano sopra il formaggio: già allora avevano la loro barrique). D'Annunzio disse che in una bottiglia di Orvieto era racchiuso il sole (ma era astemio), Freud lo lodò e, molto prima, Luca Signorelli - che a Orvieto ha lasciato tracce indelebili - ne beveva tre litri al giorno.
Oggi la Doc Orvieto è un vino famoso, vendutissimo, iperprodotto (20 milioni di bottiglie), ma quasi sempre neutro, pleonastico. Quando ero adolescente il "vino della festa" era l'orrido Galestro Capsula Viola, ma non è che il livello sia molto aumentato in questi anni. Esistono poche bottiglie di culto e moltissime bottiglie banali e pure cattive. Si persegue la quantità e non la qualità.
Il noto produttore Luigi Antonio Barberani, presente alla serata, mi raccontava come, perfino più delle zone di Verdicchio e Soave, l'Orvieto soffra la concorrenza e il potere delle Cantine Sociali, che abbassano la qualità del prodotto in nome del basso prezzo (ma tanto, su questo fronte, i vini del nuovo mondo ci batteranno sempre: quando lo capiremo?).
Tra i relatori c'era il noto enologo Renzo Cotarella, che ha sostenuto come l'unico rilancio possibile dell'Orvieto sia inseguire la sua identità. Oggettivamente fa sorridere che proprio Cotarella, uno dei grandi "imputati" (con Stefano Chioccioli e Carlo Ferrini) per avere massificato e omologato i vini creando lo stereotipo parkeriano del "vino perfetto ma senz'anima", parli oggi di identità territoriale e bisogno di identità, ma tutto è possibile. Va se non altro dato atto ai fratelli Cotarella (l’altro è Riccardo), con la loro blasonata azienda Falesco (da quest'anno in Umbria), di avere recentemente riscoperto e valorizzato un autoctono bianco, il roscetto (secco e passito). Meglio tardi che mai.
A Barberani ho espresso le mie perplessità sulle potenzialità dei vitigni alla base dell'Orvieto. Non è che i vari procanico (trebbiano), malvasia e grechetto non raggiungeranno mai i livelli di un Verdicchio come si deve? Lui mi ha garantito che non è così. Il disciplinare è stato cambiato nel 2003, regalando al grechetto (il più nobile dei tre vitigni) il ruolo di protagonista, nel tentativo di limitare l'abuso di vitigni iperproduttivi e un po' deboli come la malvasia e il trebbiano. Secondo Barberani, le potenzialità ci sono, anche se a Orvieto credere nel grechetto in purezza - come fa Sergio Mottura poco più a sud con il suo blasonato Latour a Civitella - sarebbe sbagliato. "Il nostro grechetto è ottimo ma troppo forte, va ingentilito, gestito".
Ho degustato alcuni vini presenti. In genere la degustazione mi ha parso confermare come il vino Orvieto viva più di passato (lontano) che non di presente.
I “voti” sottostanti, meramente indicativi, tengono nuovamente conto del consiglio di Paolo Massobrio: un asterisco è il minimo, 5 il massimo, non ci sono più i mezzi punti ma i +, che indicano uno 0,3 (tre + fanno un asterisco). I vini che mi convincono appieno vanno dai tre asterischi ai cinque, i vini-limbo vanno da **+ a **++, da ** (compreso) in giù sono vini che sconsiglio caldamente.
Orvieto Classico Superiore Il Castagnolo 206 Barberani ***
Semplice, fresco, buona sapidità, profumi di polpa bianca. Esile, ma va bene così. Grechetto al 50 percento, 20 trebbiano e resto composto da malvasia e vitigni migliorativi (qui va molto lo chardonnay, Cervaro della Sala docet).
Orvieto Classico Superiore “Il” Bianco 2006 Decugnano dei Barbi ***
Uno degli Orvieto bianchi più blasonati. Piacevolmente morbido e con maggiore nerbo del Barberani, buon finale sapido. Tutto fuorché il vino della vita, ma è un buon exemplum per chi intende dare un senso a questo disciplinare in crisi.
Orvieto Classico Superiore Terre Vineate 2006 Palazzone **++
Palazzone è uno dei fari di Orvieto. Non ho mai degustato il Campo del Guardiano, loro vino di punta, ma questo Terre Vineate (maggioranza procanico) mi è parso esile e con profumi non bilanciati, al di là di una gradevole menta selvatica.
Orvieto Classico Superiore Lunato 2006 Tenuta Le Velette **+
Vale, in sostanza, il discorso fatto per il Terre Vineate, ma con qualche pregio in meno.
Orvieto Classico Superiore Calcaia 2004 Barberani ***+
E’ stato Luigi Antonio Barberani, prima di altri (compreso il Muffato della Sala di Antinori), a riscoprire la tipologia dei vini attaccati da muffa nobile, tipici della zona orvietana. Questo Calcaia è un capisaldo, grechetto 45 percento, bei toni agrumati e di frutta candida, piacevole finale iodato e acidità che stempera la morbidezza, anche se forse manca in persistenza (e deluderà gli amanti dei vini dolci con struttura pastosa).
P.S. Stasera festeggerò l'anno aprendo un raro Bricco Appiani 1999 di Flavio Roddolo. Da parte mia, di Linda e di Tavira, i miei migliori auguri. E grazie di tutto.
Cosmo 2005 Bucciarelli *+
Supertuscan aretino di un nuovo produttore di Terranuova Bracciolini. La zona non sarebbe male, poco distante c'è l'encomiabile Cooperativa Paterna. Questo Cosmo, purtroppo, ha tutti i difetti del Supertuscan moderno: concentrato, morbidissimo, stucchevole. E' appena nato, migliorerà.
Bolgheri Rosso Superiore Tam 2004 Batzella *+
La quintessenza del vino chewing gum e del Bolgheri marmellatoso e burroso. Va detto (anzi ricordato: gli ho dedicato un post) che durante la degustazione piacque molto ai neofiti, a conferma che tutto (o quasi) è soggettivo.
Gatto Nero 2001 Fattoria del Buonamico *++
Il vino di punta dell'azienda, una delle migliori della lucchesia, è un syrah in purezza, Il Fortino. In alcune annate questo vino non esce e allora si opta per una versione più ruspante (o comunque diversa) di syrah, denominata Gatto Nero. Non ho mai sentito il Fortino, mentre ho degustato l'annata 2001 del Gatto Nero. Troppo tostato al naso, totalmente sbicentrato e "confusionario" al gusto. Sarà che, da cortonese, sono bene abituato con i syrah (da D'Alessandro a Dionisio), ma non mi sentirei di consigliarlo. Di Buonamico preferisco il Cercatoja Rosso, pure questo non troppo territoriale ma aiutato dalla freschezza del sangiovese.
Colline Lucchesi Rosso Palistorti 2005 Tenuta di Valgiano **
Parliamo di una grande azienda, attenta al territorio, rispettosa della natura, autrice di un celebratissimo Tenuta di Valgiano caro ma longevo e (quasi sempre) prezioso. Il Palistorti sarebbe il dignitosissimo base, ma l'annata 2005 non lo ha aiutato: parte morbidissimo per poi sprigionare "tardivamente" un'acidità eccessiva, per nulla mitigata da un tannino (ancora) non affinato. Scorbutici anche gli aromi. In un certo senso è una nota di merito: l'azienda ha "rispettato" l'annata a costo di perdere in qualità. Chissà, forse tra un anno il Palistorti 2005 avrà trovato il suo equilibrio.
Saia 2005 Feudo Maccari Tenuta di Setteponti *++
I vini di punta dell'azienda sono due supertuscans aretini, Oreno e Crognolo: meritano un assaggio. Il Saia è Nero d'Avola in purezza. Vitigno (e terre) non facili, a rischio marmellata. Eccoci.
Pinot Nero Villa di Bagnolo 2003 Tenuta di Bagnolo Marchesi Pancrazi **
Il pinot nero (è storia nota) cresce bene solo dove vuole lui. In Italia dà il meglio di sè in Alto Adige. Marchesi Pancrazi ha provato a ritagliargli una enclave toscana a Montemurlo, Prato. Un'idea nata per caso, a inizio anni Settanta un vivaista scambiò le barbatelle di sangiovese (richieste dall'azienda) con quelle - appunto - di Pinot Nero. Il risultato piacque e da allora è nato il trend toscano del Pinot Nero. Marchesi Pancrazi producono il Villa di Bagnolo (35 euro in enoteca) e il Vigna Baragazza (65 euro). Il Pinot Nero altoatesino di Bruno Gottardi, per dire, costa - quando lo trovi - meno di 20 euro. Il Villa di Bagnolo non mi convince, a partire dal colore (troppo carico per essere pinot nero) fino al bouquet, al gusto, alla finezza. Alla personalità. E il rapporto qualità/prezzo è decisamente "esoso".
Questi vini non mi hanno convinto fino in fondo. Non necessariamente sono tutti "peggiori" dei precedenti, ma a volte sono carambolati in questo limbo-purgatorio per il pessimo rapporto qualità-prezzo, o per il poco giustificato blasone.
Carmignano Terre a Mano 2003 Bacchereto **++
La Docg Carmignano è stata tra le prime, anche per disciplinare, a incentivare l'uso di vitigni migliorativi per "aiutare" Chianti (cioè sangiovese in primis) e affini. Il Terre a Mano è una Triple A, quindi naturale, biologico, griffato, eccetera. L'ho trovato troppo carico e poco fresco. Certo, l'annata non ha aiutato.
Chianti Colli Senesi Pacina 2003 **+
Altro vino biologico, che ha il pregio della facile bevibilità (non è poco) ma che non convince per i profumi, fin troppo "veri", e per un concetto assai spigoloso di "contadinità". I primi due vini di questa lista sembrano fatti apposta per dimostrare che non basta essere bio per essere buoni.
Torrione 2005 Tenuta di Petrolo **++
Il sangiovese (in purezza) più griffato delle mie parti (Arezzo). Prodotto "base" di un'azienda (giustamente) lodata per uno dei merlot italiani (Galatrona). Non è economico, va sui 25 euro in enoteca. Buono, ma ai miei gusti scolastico. Ho la sensazione che Mercatale Valdarno dia il meglio di sé con i vitigni internazionali (penso anche al Caberlot del Carnasciale), e se proprio voglio un sangiovese di quelle parti, scelgo il molto più economico Mannucci Droandi.
Morellino di Scansano Bronzone 2004 Tenuta Belguardo **++
Il Morellino è un vino quasi sempre morbidone e piacione, deludente. Qualche bottiglia da salvare, però, nella zona del grossetano c'è, come Capatosta, Avvoltore e il Bronzone di Tenuta Belguardo, che per i miei gusti è però troppo legnoso (vizio della zona) e concentrato (vizio della zona).
Sassoalloro 2003 Castello di Montepo' **++
E' il noto Supertuscan di Jacopo Biondi Santi, diventato nella prima edizione di Elogio - per via di un orrido refuso - Fontalloro di Felsina Berardenga (meglio il secondo). Sia chiaro: non è cattivo (tutt'altro). E non ha neanche il difetto del prezzo (anzi). Il fatto è che, bevendolo, non ci trovo non dico alcuna aura di leggenda (Jacopo non è Franco), ma neppure quel tanto che basta per elevare un Igt qualsiasi al rango di celebrabile Supertuscan. Forse sbaglio io (e senz'altro sono un po' prevenuto). Provatelo e fatemi sapere.

Negli ulltimi mesi mi sono appuntato i vini che ho degustato.
Ho diviso le bottiglie in convincenti, non pienamente convincenti e deludenti. La prima lista è molto più lunga perché un minimo di malizia l'ho conseguita e le bottiglie "neutre" o "deludenti" riesco a evitarle.
I "voti" in un primo momento erano espressi in stelle morandiniane (nel senso di Dizionario del Cinema anti-Mereghetti), da uno (minimo) a cinque (massimo). Poi ho aggiunto i +, che valgono 0,3 periodico: tre + fanno un punto intero. Il consiglio è stato di Paolo Massobrio, che ringrazio.
Barolo Ravera 1999 Flavio Roddolo ****++
Pienamente roddoliano, pienamento Barolo (di Monforte d'Alba, quindi più austero e meno gigione). Di grande bevibilità (usare la parola "serbevolezza" per un Barolo di otto anni mi pare brutto), molto persistente, profumi che dal glicine vanno alla liquirizia, struttura tannica ottimamente calibrata, spalla acida salvifica. Un vino strepitoso, che (volendo) poteva aspettare ancora.
Barolo Boscareto 1999 Ferdinano Principiano ****+
Regalo dell'amico Marco Giacosa. Di Principiano si parla un gran bene, come l'enfant prodige di Monforte. Dal 2004 lavora a regime strettamente biologico. Tutti complimenti meritati: il suo Barolo è stupendamente elegante, per certi aspetti minimale, con profumi meno intensi (ma non meno complessi), struttura innegabile (ma non invasiva) e una finezza rara. Va tenuto conto che qui Principiano era "a inizio carriera", in cerca della sua strada, si faceva aiutare anche da nomi storici come Giuseppe Caviola. I suoi Boscareto più recenti sono reputati da tutti superiori ai precedenti. Intendo approfondire questa azienda.
Barolo Vigna Rionda 2001 Oddero ****
Ancora un grande Barolo, stavolta de La Morra (più eleganti, di solito). Un Barolo paradigmatico per il bouquet di rosa e viola, amarena e ciliegia, speziatura e tostatura. In un certo senso più ammiccante degli altri due (li ho sentiti la stessa sera), più immediato nonostante l'età "giovane". Un tris di Barolo encomiabili per due strepitose annate.
Barolo Ginestra Casa Matè 1998 Elio Grasso ****
Barolo da botte grande, pienamente monfortiano, lento a uscire ma dal rendimento garantito.
Barolo Runcot 1998 Elio Grasso ***+
Annata meno felice di altre, per il prodotto di punta e più "griffato" di Grasso.
Barbera d'Alba Vigna Pozzo dell'Annunziata 1996 Voerzio ***++
Sanguigna e con profumi per nulla mediati, espressione sincera - tra le migliori - della Barbera d'Alba (La Morra, per l'esattezza).
Valentino Brut Zero Podere Rocche dei Manzoni ***+
Uno dei pochi Metodo Classico encomiabili di Langa. Era il vanto di Valentino Migliorini, piacentino langhetto, scomparso a metà dicembre.
Coulée de Serrant 2005 Nicolas Joly ****+
Uno dei gioielli del padre francese della biodinamica, espressione estrema dei bianchi di Loira. Era troppo giovane, ma già unico. Non per tutti, ma esperienza sensoriale da provare (più prima che poi).
Riesling 2002 di Peter Frick ***++
Idem come sopra. Ancora biodinamici francesi, ma cambiano vitigno e zona (Alsazia).
Recioto di Gambellara Angiolino Maule ***+
Maule o si ama o si odia. Io propendo (con giudizio) per la prima opzione. Fondatore (e poi scissionista) dei Vini Veri, agitatore attuale dei Vini Naturali, il suo Recioto è nettare dolce che ammalia con stile (ma di lui preferisco il Pico, garganega in purezza con o senza solforosa).
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 1998 Ca' d Gal ****++
Il miglior Moscato d'Asti che si possa immaginare, incredibilmente longevo, con un'aromaticità (salvia) e freschezza commoventi. Vino stupefacente. Alessandro Boido, il suo inventore, dopo aver letto questo blog mi ha chiamato per ringraziarmi, ma sono - e sarò - io a ringraziare lui (e Maurizio Robaldo che me l'ha fatto scoprire).
Rebula 2005 Movia ***++
Classica Ribolla Gialla di impostazione (quasi) gravneriana. Siamo poco fuori dal confine italiano, in Slovenia. Movia è molto bravo, di lui segnalo anche l'ottimo Metodo Classico "estremo" Puro (ne parlo in Elogio). La sua Ribolla, dal sublime colore giallo dorato, è affinata 20 mesi in barrique dopo la fermentazione malolattica sulle fecce fini. Freschissimo, sapido, di una morbidezza che non stucca, profumato e misterioso. Perfetto per chi ama Gravner (ma in fondo al cuore lo ritiene un po' troppo "oltre").
Dolcetto di Dogliani Vigna Pirochetta 2005 Cascina Corte ***+
Del progetto biologico dei conoigi Barosi ho già parlato. La parola perfetta per i loro vini è serbevolezza. Ottimi compagni da tutto pasto, discreti, ma invadenti. E con un meritorio rapporto qualità/prezzo.
Dolcetto d'Alba 2005 Sandrone ***++
Un Dolcetto "turistico", nel senso che è uno dei pochissimi che trovi nelle enoteche toscane, ma impeccabile e sempre gratificante (evito, qui, di reiterarvi i soliti peana per i vari Dolcetto Anna Maria Abbona, Pecchenino, Ca' Viola, Roddolo; metto invece un po' dietro i Dolcetto di Viglione e Giovanni Corino).
Franciacorta Non Dosato Sublimis 2001 Uberti ****
Tra i migliori Franciacorta, per colore, profumi, freschezza, sapidità e persistenza. Davvero impagabile.
Brunello di Montalcino Sugarille 1990 Pieve di Santa Restituta (Gaja) ***++
Il Brunello di Gaja, in una grande annata. Arrivato in piena forma all'appuntamento, aranciato e complesso, strutturato e persistente, felicemente maturo. Come sempre ci sarebbe molto da discutere sul prezzo.
Brunello di Montalcino 2001 Fuligni ***++
Non amo troppo il Brunello (tranne i Gran Maestri) e il sangiovese (grosso) non è il mio vitigno preferito, ma se tutti i Brunello fossero come questo di Fuligni, la zona di Montalcino non sarebbe qualitativamente in crisi. Bottiglia che esprime al meglio le potenzialità della zona. Meritevole anche il Rosso di Montalcino 2005 dell'azienda.
Rosso di Montalcino 2005 Baricci ***+
Idem come sopra, con l'aggiunta che il Rosso di Montalcino è quasi sempre una Doc molto "di ricaduta", mentre il "base" di Baricci supera quasi il fratello maggiore e si impone per l'originalità del bouquet (ha un che di terroso) e un equilibrio finale gratificante.
Rosso di Montepulciano 2005 Poderi Sanguineto I e II ***
Classico vino naturale, senza lieviti aggiunti né barrique, orgogliosamente contadino. Pecca un po' in eleganza, guadagna in territorialità. Ottimo rapporto qualità/prezzo.
Picolit 2004 Ermacora ****+
Pignolo 2003 Ermacora ***+
Pinot Grigio 2005 Ermacora ***++
Tocai Friulano 2005 Ermacora ***+
Sauvignon 2005 Ermacora ***
Pinot Bianco 2005 Ermacora ***
Dario e Luciano Ermacora sono bravissimi vignerons friulani. Ho scelto il loro Picolit per narrare la storia del vitigno acinellato in Elogio. Lodevolissima la milizia dei vini bianchi, da un Sauvignon bello verde a un Pinot Bianco giustamente fragrante. Leggermente più in alto Pinot Grigio e Tocai Friulano (che d'ora in poi si chiamerà Friulano). Celebre la loro versione di Pignolo, vitigno autoctono rosso "per niente facile", di cui Ermacora sono interpreti celebrati.
Lambrusco (di Sorbara) Premium Vecchia Modena 1860 Cleto Chiarli ***++
Lambrusco (di Sorbara) Del Fondatore Cleto Chiarli ****
Lambrusco (di Sorbara) Vigna del Cristo Cavicchioli & Figli ****
Lambrusco (di Grasparossa di Castelvetro) Vigneto Enrico Cialdini Cleto Chiarli ***+
Ve ne ho già lungamente parlato. Ottimi, senza se e senza ma.
Franciacorta Brut Cuvèe Storica Berlucchi ***++
Cellarius Brut 2004 Berlucchi ***+
Rosè Brut Antica Fratta (Berlucchi) ***
In quest'ordine, tre Franciacorta (dentro o fuori il disciplinare, tali sono) che esprimono degnamente la qualità "industriale" ma appagante del più noto - e seminale - Metodo Classico italiano. La Cuvèe Storica è l'assemblaggio "originale" di Berlucchi e Ziliani, senza pinot bianco e con chardonnay quasi in purezza (95%). Lo preferisco - di poco - al pur validissimo Cellarius Brut 04 (chardonnay 75%, pinot nero 20%, pinot bianco 5%). Il secondo si trova facilmente anche nei supermercati: non fate gli snob e provatelo (e riprovatelo): abbinare grandi numeri, prezzi accettabili e qualità consolidata è un vanto, non una colpa. Sorprendente anche il Rosè Antica Fratta (altra tenuta Berlucchi), che non sfigura accanto al più noto Cellarius Brut Rosè.
Gigondas 2003 Domaine de Montvac ***++
Piccola appellation a nord-est di Chateauneuf-du-Pape. Anche qui si possono usare fino a 13 vitigni, ma la maggioranza è grenache (con aggiunta di mourvedre e syrah, principalmente). Domaine de Montvac, lodato anche dalla rivista Porthos, è tra i pochi a proporre prezzi decenti (che in Francia sono un miraggio). L'annata afosa non ha aiutato il bouquet, ma per felice contrapposizione tra durezze e morbidezze, è una bottiglia che mi sento di consigliare. Assai lodevole anche il Vacqueyras 2003, altra infinitesimale appellation limitrofa e dall'uvaggio identico (ma terroir diverso).
Bolgheri Piastraie 2003 Michele Satta ***
Sono notoriamente diffidente con i Bolgheri. Satta, però, lavora bene (ed è uno dei pochi, nella zona, a raggiungere livelli onorevoli con il sangiovese). Il Piastraie 2003, blend di sangiovese, cabernet sauvignon, merlot e syrah, risente dell'annata calda ma non perde in bevibilità e gradevolezza. Non il vino della vita, ma un Bolgheri "onesto" e "vero".
Lieti Conversari 2005 Pratello ***+
Originalissimo bianco a base di Incrocio Manzoni in purezza, vendemmia tardiva ma non dolce. Da provare senza indugio. Mi ha convinto un po' meno il Rebo (Pratello è affezionata ai vitigni-laboratorio), decisamente meno il Brut. Siamo a Padenghe sul Garda, nel bresciano.
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classici 2005 Bucci ****
Spesso la qualità delle aziende si giudica dai vini "base", non dai picchi. Questo Verdicchio "base" è incantevole e ha aperto la strada a molti colleghi marchigiani, grazie ai quali oggi il verdicchio non è più (solo) "quello del Titulus".
Ogni tanto si incontrano belle persone. Poi si perdono di vista, ma quando si incrociano di nuovo, (nei casi migliori) non le si trova cambiate.
Sono giorni un po' convulsi, chiedo scusa per aver saltato due giorni di aggiornamenti.
Sto preparando un post con una lista di vini convincenti, neutrali e deludenti da me degustati nelle ultime settimane.
Nel frattempo, lascio spazio a questa gentile recensione di Starrylink.
«L’universo del vino è tanto inesplorato quanto sconosciuto. Da una parte c'è un'invasione di trasmissioni, pubblicazioni, discussioni. Dall'altra c’è il consumatore comune che guarda il vino come a un mondo inestricabile, in cui il sommelier è un bizzarro demiurgo, dotato di olfazione supersonica e mosso da una misteriosa facoltà ipersenziente, che lo induce a usare il bicchiere come il rabdomante usa il bastone (il primo cerca il vino, il secondo l’acqua: la differenza sta nell’alcol, e non solo). Questo libro non è una guida per esperti e neanche un Bignami per fingersi sommelier. Non è un libro per iniziati, casomai per iniziali. E’ un viaggio e un dietro le quinte. Viaggio verso dieci vini (e/o vitigni) che fanno il vanto dell'Italia, anzitutto».
Così Andrea Scanzi, scrittore e giornalista (per
Il volume è quindi un viaggio per conoscere i dieci vini più importanti d'Italia: Barolo, Amarone, Sassicaia, Franciacorta, Verdicchio, Picolit, Lambrusco, Aglianico, Brunello, Sfursat. Vini famosi, con pregi e difetti, attorno ai quali sono nati miti e leggende, capolavori dell'arte enologica. L’autore si avvale dell'aiuto di dieci guide che svelano anche cosa si cela dietro le quinte del mondo del vino.
Il libro è quindi occasione per attraversare il Bel Paese in lungo e in largo: dalle Langhe all’Alto Adige, dalla tenuta di Bolgheri, a quelle di Barile (in provincia di Potenza), dalla Valpolicella a Pongielli (nelle Marche), dalla Franciacorta a Montalcino, dalle terre del Lambrusco a quelle del Picolit per raccontare dove, e per mano di chi, nascono i migliori vini italiani. Insegna a riconoscerne i segreti e ad apprezzare la sottile arte che ne fa spesso dei veri capolavori dell’arte d’invecchiare. Alla fine della lettura si capirà perché un vino di classe lo riconosce non dal primo bicchiere ma dal secondo (Attilio Mazza).
Un lettore, Sergio Carrara, mi scrive in merito ai vini del Nuovo Mondo. Le sue domande, molto pertinenti, inducono a qualche riflessione sul tema.
Ho letto il tuo bellissimo libro ed ho gia avuto l'opportunità di congratularmi con te tramite e-mail.
Seguo quotidianamente il tuo blog ed ora volevo semplicemente farti una domanda. Che ne pensi dei vini del nuovo mondo (Chile, Argentina, Australia, New Zealand ecc..) che si trovano a meno di dieci euro anche sugli scaffali della grande distribuzione ? Prima di fare il corso AIS non li avevo mai acquistati e nella mia beata ignoranza pensavo che se per una bottiglia non spendevi almeno 30 euro era meglio evitare di bere. Al corso AIS invece ho imparato a bere di tutto: anche il Tavernello per individuarne i tanti difetti ed i pochi pregi (perchè qualche pregio c'è l'ha anche lui). Francamente devo dirti che secondo la mia modesta opinione, condivisa però da molti amici, certi vini del nuovo mondo non hanno nulla da invidiare ai vini prodotti da alcuni soloni di casa nostra. Temo purtroppo che, se andiamo avanti di questo passo, certi signori le loro pregiatissime bottiglie potranno scegliere se picchiarsele sulle chiappe oppure custodire invendute in cantina in attesa di qualche bamboccio o di qualche giapponese, americano o nuovo ricco russo disposti a spendere una fortuna per un prodotto che di fatto vale meno di un quarto del valore cui viene proposto. Con Stima, Sergio Carrara.
Caro Sergio,
della querelle da te sollevata ho parlato anche in Elogio. Le tue riflessioni sono, in parte, le mie. Di sicuro il prezzo non sempre è direttamente proporzionale alla qualità.
Dire a priori che i vini del nuovo Mondo venduti nei supermercati sono "cattivi", è falso e sbagliato.
La verità è un'altra: nelle fasce basse di prezzo, quei vini sono mediamente "migliori" (o comunque gratificanti per una buona fetta di pubblico) di quelli italiani. Intendo dire che sotto i 10 euro, il Nuovo Mondo garantisce una qualità media decente, superiore alla nostra. Quindi il consumatore occasionale e poco esperto può sentirsi appagato o comunque soddisfatto.
Ci sono però delle considerazioni a margine da fare. Il vino del Nuovo Mondo a medio-basso prezzo - ma spesso anche ad alto prezzo - raramente rispetta vitigno e territorio, ha l'UNICO obiettivo di compiacere il gusto omologato. Sono quasi tutti vini faciloni, morbidoni, ammiccanti. A me non piacciono quasi mai, ma riconosco che sono ben fatti tecnicamente: li posso definire dei "Supercilens", o "Superaustralians", per intendere quei vini corretti ma senz'anima.
Queste considerazioni le facciamo però noi smaliziati: a uno che beve vino senza troppe ambizioni non vengono certo in mente.
Io non sono contro i vini del Nuovo Mondo, tutt'altro, ma mi spiace che spesso vanifichino terroir immacolati e viti a piede franco pre-fillossera (ad esempio il Cile) con uno scarsissimo rispetto per la terra e la pianta. E' ovvio che lavorando così, sui numeri, sulle alte rese, sulla qualità media, loro possono abbattere prezzi e su questo versante, rispetto all'Italia, vinceranno sempre.
L'Italia può "vincere" (o anche solo sopravvivere) se insiste sulla sua storia, sulla sua tradizione, e la smette da un lato di sfornare vini orrendi a basso prezzo, dall'altro di sparare cifre impensabili per dei vini furbi ma vuoti.
Aggiungo a margine che una pubblicazione come Guida al vino quotidiano dimostra che anche da noi esistono ottimi vini sotto gli 8 euro (prezzo franco cantina), solo che raramente li trovi nei supermercati e raramente li trovi sotto i 15 euro una volta ricaricati nelle enoteche e nei ristoranti. Mi permetto infine di segnalare il meritorio lavoro di recensione del portale Lavinium, che dedica uno spazio apposito alle etichette vendute nei supermercati.
Ciao, Andrea.
In questi giorni ho approfondito la conoscenza del Lambrusco di Sorbara. Ho fatto così alcune orizzontali con mia moglie (non fate facili battute, su) di etichette pregiate che lavorano il Sorbarese in purezza.
Il Lambrusco di Sorbara è probabilmente il più pregiato tra tutte le tipologie di Lambrusco. Cresce lungo le pianure sabbiose tra i fiumi Panaro e Secchia. Il vitigno "principe" di Modena (anche se ne esistono di buoni pure a Reggio Emilia, ad esempio il Frizzante Secco degli amici Lombardini).
Il Sorbara si riconosce facilmente. E' il Lambrusco meno colorato, quasi rosato, o comunque rosso rubino tenute. All'esame visivo è il più bello. Ha grande acidità e buona sapidità, il meno morbido tra i Lambrusco; anche il fruttato/floreale è meno spiccato degli altri (al contrario del sottovalutato Lambrusco Grasparossa di Castelvetro: provate il Vigneto Enrico Cialdini di Chiarli).
Il Sorbarese ha grappoli molto spargoli, soffrendo di acinellatura (o aborto floreale spontaneo). Per questo i produttori marcano la sua parentela con il più celebre "vitigno acinellato" (il Picolit).
E' il Lambrusco che più si presta a progetti ambiziosi, a rischio di snaturare l'indole proletaria del vitigno. Non nascondo che, a titolo personale, preferisco gli uvaggi Reggiani e Mantovani (maestri, marani, salamino, ancellotta, viadanese, etc), più "facili" e schietti, ma son gusti.
La lotta tra i Sorbara ha due grandi competitors, Chiarli 1860 (Modena) e Cavicchioli Umberto & Figli (San Prospero). Ho visitato entrambe le aziende, giorni fa, prima di arrivare alla presentazione di Quistello. Entrambe lavorano sui grandi numeri, ma si riservano uno spazio per elaborare prodotti di grande qualità.
Non sono gli unici produttori meritevoli di Lambrusco di Sorbara. Vanno senz'altro citati Fiorini (Corte degli Attimi), Villa di Corlo (lo consiglio senza remore), Francesco Verzelli, Contessa Matilde (sempre di Cavicchioli), il già citato Lombardini (celebre per il Campanone Reggiano) e Cantina di Santa Croce.
Menzione a parte merita Francesco Bellei, di cui ho parlato più volte sia in Elogio che in questo blog, il più "estetizzante" dei produttori modenesi (Bomporto): l'azienda è stata acquistata - non a caso - da Cavicchioli, ma la produzione è originalissima. Bellei è uscito dalla Doc (non è il solo) per produrre dei Brut con fermentazione in bottiglia da Lambrusco di Sorbara, il Brut Rosso e il Rifermentazione Ancestrale (uno dei Lambrusco più estremi). Preferisco il secondo al primo.
La gara per il miglior Lambrusco di Sorbara si riduce quasi sempre a Premium Vecchia Modena Cleto Chiarli e Vigna del Cristo Cavicchioli & Figli, i due prodotti di punta (Cavicchioli ha quest'anno varato anche un delizioso Rosè del Cristo, a produzione limitata, ahinoi già esaurito).
Li ho assaggiati e sono vini impeccabili, con acidità sostenuta e colore splendido, bel perlage (non dovrei usare questa parola per i frizzanti, lo so), profumi varietali e morbidezza giustamente "timida" (ovviamente do per scontato che il Lambrusco vero NON ha residuo zuccherino: quelle bottigliacce lì - tranne rari casi - lasciatele negli scaffali dei supermercati, hanno rovinato l'immagine del Lambrusco). Entrambi da mettere nel podio del Sorbara, senza se e senza ma.
Tra i due litiganti è però spesso il terzo a godere, e così la mia personalissima classifica ha visto svettare l'outsider che non ti aspetti: il Lambrusco del Fondatore di Cleto Chiarli. E' un Lambrusco con rifermentazione in bottiglia, fatto "alla maniera antica di Cleto Chiarli", con imbottigliamento durante la luna calante di marzo, tappatura con sughero naturale "raso bocca" e legatura manuale con spago. All'esame visivo appare più torbido, più carico. Ha perlage più fine (da Metodo Classico, appunto), profumi che al fruttato e floreale vedono aggiungersi quasi una nota eterea, splendida sapidità e dosata acidità. Un Lambrusco con pochissime mediazioni e feroce adesione al territorio. In enoteca dovreste trovarlo a 9-10 euro.
In cima al mio podio ci metto lui, il Fondatore.
EDIT. Paolo Massobrio, da sempre, è in prima fila per rivalutare i Lambrusco. Nel suo Golosario cita molte aziende, sulle quali baserò un post interamente dedicato al Grasparossa. Riguardo al Sorbara, Paolo cita etichette che non ho provato, ma che vi segnalo: Pezzuoli di Maranello (Modena), Gianfranco Paltrinieri (molto lodato è il suo Etichetta Bianca) e Garuti (entrambi di Sorbara).
Domani sarò alla Libreria Edison di Lucca a presentare Elogio dell'invecchiamento. Con me ci sarà Sebastiano Mondadori (e la sua scuola di scrittura creativa). L'incontro è previsto per le 18.
Ci sarà anche occasione per degustare due vini della zona, il Colline Lucchesi Palistorti 05 della meritevole Tenuta di Valgiano e un inedito Gatto Nero Syrah '01 della Fattoria del Buonamico (dico inedito perché di solito il syrah dell'azienda è Il Fortino, ma nel 2001 hanno deciso di cambiare).
Sarà l'ultima presentazione dell'Elogio Tour 2007 (tranquilli, a gennaio sono già in programma Chiusi, Reggio Emilia e Padova).
Confesso che il continuo successo di Elogio dell'invecchiamento non finisce di stupirmi. Domenica scorsa, sul Corriere della Sera, è stata pubblicata la classifica di una libreria - quella di San Casciano in Val di Pesa - e il mio libro figurava tra i 10 più venduti, accanto alle Guide, qualche romanzo e Bruno Vespa (ero accanto a Vespa, lo capite? A Vespa!).
In questi giorni mi hanno chiamato, poi, altre radio. La ricarica di 101 di Tamara Donà (non è la prima volta) mi ha chiesto i vini da bere durante il cenone di Capodanno. Giulia Fossà mi ha invece intervistato per l'ultima puntata del 2007 di Nudo e Crudo, bella trasmissione di Radio Uno.
Anche le vendite della seconda edizione stanno andando molto bene.
Be', ragazzi, che devo dirvi? Grazie. 
L'Arcante è il nome del mensile pubblicato dall'Ais Lombardia. La nuova testata ha esordito a novembre. Nel primo numero c'era una recensione di Luciano Gigli che qui riporto.
"Andrea Scanzi, giovane giornalista, scrittore sommelier e degustatore ufficiale Ais. Solo un toscano poteva scrivere un libro così serio e ironico con quella capacità di credere seriamente ma con autoironia in ciò che si crea.
Il libro è indirizzato sia agli addetti ai lavori che a semplici consumatori e la seconda edizione è ormai prossima (ci siamo già arrivati!, NdR). Se l'autore avesse mantenuto il titolo originario Profondo rosso, l'"invecchiamento" sarebbe stato anche inquietante.
Nella sovracopertina è scritto: "La cosa che amo del vino è quello che mi fa capire. La verità è che amo pensare alla sua vita. Il vino è un essere vivente. Amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le sue uve: se c’era un bel sole, se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno vendemmiato e curato quelle uve. E se un vino è di annata, penso a quante di loro sono morte".
Il libro è un viaggio, scritto con uno stile cordiale che inizia con la formazione come sommelier per girovagare tra i produttori di vino d'Italia di cui l'autore ci presenta la personalità. Il vino e il suo "autore" si assomigliano.
Sono presenti i grandi vini e quelli che sono autentica espressione di un produttore e di un territorio e il viaggio prosegue attraverso la storia e la realtà ampelografica italiana di oggi nel mondo del vino carico di promesse ma non privo di ombre.
il sottotitolo accattivante promette di condurre il lettore alla ricerca e alla scoperta dei dieci migliori vini italiani, ma il libro ne propone molti di più. Il linguaggio con cui vengono proposti è quello della passione, di chi il vino lo ama, lo segue, lo considera un "essere vivente" con cui nasce una profonda amicizia che, come nelle amicizie vere, qualche volta giustifica anche i "difetti".
Il vino si evolve, si diversifica, cambia come gli uomini, anche la trasformazione del vino è molto simile a quella umana; anche gli uomini migliorano con l'"invecchiare"? Più che l'elogio dell'invecchiamento, si potrebbe dire che il libro è l'elogio della "trasformazione", fino a raggiungere il punto più alto che spesso fa del vino dei veri e autentici capolavori.
Quello che Andrea Scanzi dice non è mai ovvio e induce il lettore a riflettere sul suo personale rapporto con il vino. L'autore è orgoglioso di appartenere alla famiglia dell'Ais che con competenza, amore per i vini, serietà dei libri di testo, vitalità associativa e studio applicato al vino e al suo abbinamento con il cibo fa dell'associazione un precursore. Il sommelier per Scanzi deve essere un comunicatore, un istruttore solidale, un compagno di bevuta, non un guru astruso. Per chi vuole apprendere e scoprire il mondo enologico, la strada migliore resta quella dei tre corsi Ais.
Il vino è uno splendido compagno di viaggio, una continua scoperta, un insostituibile cavatappi dell'anima. Come diceva Aimé Guibert in Mondovino, "ci vuole un poeta per fare un grande vino".