Elogio dell'invecchiamento

Il blog ufficiale del libro "Elogio dell'invecchiamento" di Andrea Scanzi, edito da Mondadori.
mercoledì, 19 settembre 2007

Franco Ziliani (Vino al Vino) parla di Elogio

Il bravo Franco Ziliani, noto battitore libero dell'ambiente vitivinicolo italiano, ha parlato in Vino al vino di Elogio dell'invecchiamento.
Credo che lo farà ancora. Intanto, posto il suo articolo (da vinoalvino.org).

Gil Grissom e l'elogio dell'invecchiamento

Credevo (più che altro è mia moglie a ripetermelo e a farmi sospettare di avere ragione) di essere un po’ eccessivo nel cercare di non perdermi una puntata di C.S.I (l’originale, ma anche le appendici Miami e New York), del Dr. House, di Criminal minds (ma anche, per completezza del mio coming out televisivo, di N.C.Y.S., Senza traccia, Cold case, Bones), ovvero sia di tutte quante le serie televisive dedicate alla banalità e all’ineluttabilità del male che tra Raidue e Italia Uno ci vengono seralmente proposte in questa stagione estate – autunno.
Prima o poi, anche se con il vino non c’entra un fico secco, dovrò decidermi a raccontare (a me stesso, prima che ai lettori) i perché di questa mia strana passione per questi telefilm made in Usa realizzati con un ritmo serrato ed uno stile narrativo che non teme concorrenza alcuna (volete mettere i nostrani R.I.S. o Distretto di polizia all’amatriciana ?) e appare inimitabile.
Bene, ieri sera, iniziando la lettura di un libro appena pubblicato da Mondadori, mi sono consolato. Nel mondo del vino non sono il solo a nutrire questa passionaccia per investigatori guru, maîtres à penser della scienza forense, medici dal caratteraccio inavvicinabile, e ho trovato un ideale “complice”, sicuramente ancora più “impallinato” di me.
Si chiama Andrea Scanzi, fa lo scrittore ed il giornalista (sulla Stampa), è sommelier e degustatore ufficiale A.I.S. in quel di Arezzo e per il suo, fresco di stampa, Elogio dell'invecchiamento (Mondadori, 315 pagine, 15,50 euro), sottotitolo “Alla scoperta dei dieci migliori vini italiani”, ha pensato bene, almeno secondo me, di scrivere “A Gil Grissom, Jason Gideon, Gregory House”.
Non li conoscete? Ma dai, accidenti, sono (li vedete rispettivamente nelle foto) i protagonisti, i deus ex machina, le menti, rispettivamente di C.S.I. Las Vegas, Criminal minds e Dr. House.
Cosa c’azzeccano con quel vino di cui tratta diffusamente il libro (ne parleremo diffusamente, lasciatemi, tra un episodio e l’altro delle “nostre” cryme series, il tempo di leggerlo), questi signori ?
Niente, ma mi piace che Scanzi abbia idealmente, e scherzosamente, dedicato loro la propria fatica, un libro che si fa leggere, opera di uno che non so ancora se capisca di vino (oddio, scegliere Flavio Roddolo come figura simbolo per il capitolo sul Barolo non è, ai miei occhi, una grande pensata…), ma che sa scrivere e si fa leggere.
E con questi chiari di luna, e con l’italiacano che sfoggiano certi presunti grandi wine writer di casa (ho scritto casa, non cosa) nostra, scusate se è poco…

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mercoledì, 19 settembre 2007

Camillo Langone (Il Foglio): Elogio è un bel libro, ma...

Oggi Il Foglio ha recensito Elogio dell’invecchiamento. Trovate l’articolo nel mio sito, www.andreascanzi.it. L’autore è Camillo Langone, una delle firme più autorevoli e ispirate del giornalismo enogastronomico (se ci sfidassimo sul fronte della conoscenza vitivinicola, perderei 3 set a 0 senza portarlo mai al tiebreak).

Una delle curiosità che avevo riguardo al libro, era vedere come sarebbe stato recepito dai Grandi Nomi del vino. In questo senso, Langone è senz’altro un ottimo marker.

Il suo articolo è molto “alla Foglio”, quindi per forza di cose punzecchiante. E’ la natura del giornale, come linea editoriale si impongono di criticare anche – e soprattutto – ciò che sostanzialmente gli è piaciuto. Al giudizio di Langone tenevo molto. Oltretutto, avendo un debole per le recensioni poco accomodanti, lo ringrazio sin d’ora per l’attenzione che mi ha rivolto.

Volendola riassumere in soldoni, la sua “recensione” suona così: “Elogio dell’invecchiamento è un libro scritto da Dio, però l’autore parla troppo di Ais e non capisce una mazza di Lambrusco”. Ci posso stare, direi. Ma occorre andare in profondità.

Langone esordisce con una frase che, da sola, basta e avanza per soddisfare il mio ego: “Elogio dell’invecchiamento di Andrea Scanzi (Mondadori) è il libro meglio scritto degli ultimi anni nella categoria vino e dintorni”. Wow: prendo queste parole, le porto a casa e me le tengo strette.

Paradossalmente, però, il fatto che Langone abbia apprezzato il mio stile, lo ha “costretto” a cercare per forza altre pecche (ché altrimenti non sarebbe stata una recensione “alla Foglio”). Ed è qui che è inciampato (lui direbbe: “e lì è caduto”). Dopo avere sottolineato che riguardo a temi come barrique e gusto americanizzato la pensavo come lui (“offre un punto di vista fresco su annose questioni”), Langone ha cercato e cercato mie colpe insanabili, ma - alla fine - non ha trovato peccati più gravi di qualche imprecisione sul Lambrusco.

Oltre a questo, non ha gradito il “troppo parlare” dell’Associazione Italiana Sommeliers: “Scanzi ha messo la sua penna brillante al servizio di un’ideologia decrepita, il sommelierismo, che è positivismo ottocentesco applicato al vino”. La frase, di per sé, non vuol dire niente, ma anche questo – buttare là paroloni e teorie che suonano bene - “fa molto Foglio”. Quando però Langone mi accusa di fare apologia dell’Ais e del suo linguaggio, “il metodo ideale per umiliare una sostanza mistica riducendola alle sue prosaiche componenti organolettiche”, si dimentica (ooops: finge di dimenticarsi) che nel libro sono il primo a ironizzare – più volte, fin dal primo capitolo - sulla metodologia dell’Ais. Desumo che, se Langone è stato costretto a inventare delle distanze tra me e lui, verosimilmente non ne ha trovate di reali nel libro (e questa è buona cosa: un po’ come quando, per la laurea, il correlatore mi disse che “Il suo è un bel libro, però ha un difetto, ci sono troppe virgolette”). Che poi Langone detesti l’Ais e io no, è altro affare. Desiderando fornire un “dietro le quinte” dei sommeliers, dovevo parlare dell’Ais, non certo dell’Unione Bocciofila o dell’Associazione Vasai Italiani.

C’è poi la questione del Lambrusco. “Scanzi procede spedito e credibile fino a quando non s’imbatte nel Lambrusco, e lì casca. Poco male: sul Lambrusco cascano tutti”. Poco male, sì, e tutto sommato l’invito di Langone ai lettori, “saltare le pagine 137-145 delle 312 totali, è buona cosa (in percentuale, mi condona al netto un 95% di pagine buone).

Ora: che io conosca il Lambrusco meno di Langone, è acclarato. Che però, per dimostrarlo, Langone sbagli (quasi) tutto, è più bizzarro. Le sue tesi fanno acqua da tutte le parti, e da lui, così bravo a scrivere di vino, non me l’aspettavo.

-          Langone mi accusa di avere scritto un’inesattezza “sconsiderata” laddove affermo che “Il Lambrusco è prodotto soltanto in 3 città: Modena, Reggio Emilia e Mantova”. Ha ragione, anche se sa benissimo ciò che intendevo dire – concetto meglio espresso a pagina 143 –, ovvero che solo in quelle tre province si fanno vini a base Lambrusco con le stimmate della Doc. Che il Lambrusco si facesse anche a Parma è indubbio, ma ringrazio Langone di avermelo ricordato con zelo. Nei ringraziamenti, e non era una excusatio non petita, chiedo del resto ai lettori di perdonarmi le imprecisioni. Ne ho riscontrate di peggiori: per un brutto gioco di taglia e incolla, il Sassoalloro di Jacopo Biondi Santi diventa il Fontalloro di Fattoria di Felsina, in un passaggio sembro voler far coincidere Carlo Cambi autore (Gambero Rozzo) e Carlo Cambi editore (sono solo omonimi) e la storica famiglia Mastroberardino, “inventrice” dell’Aglianico, in due casi è chiamata “Mastroberdino” (poi però, alla terza, ritrova la “ar”). Perfino uno dei miei ristoranti preferiti, il Pane e vino di Cortona, dopo essere stato correttamente riportato all'interno del libro, nei credits si trasforma magicamente e inspiegabilmente in Bottega del vino (che è invece un locale di Castiglion Fiorentino). Ho un debole per i refusi, ma prometto che nella seconda edizione li monderò.

-          Langone, come me e più di me, adora il Lambrusco. Quando ho deciso di dedicare a questo vino/vitigno un capitolo, ferocemente bistrattato da gran parte di pubblico e critica, tutto pensavo fuorché sentirmi dire che ne avevo parlato “troppo poco bene”. Di ciò però mi accusa Langone (della serie: aiutiamoci tra di noi...), quando finge di non capire – pure qui – il senso della seguente frase: “I Supertuscans sono tecnicamente e indiscutibilmente più buoni. Indiscutibilmente tua sorella, Scanzi (Ci permettiamo la battuta sapendo che è figlio unico)”. La battuta è buona ma, appunto, è una battuta. Langone – se ha letto il libro – sa che io non ho affatto un debole per i Superuscans, al punto che nell’articolo di Panorama (su cui lui scrive) non ne ho inserito nessuno tra i 10 vini da salvare (ma un Lambrusco sì). In Elogio dell’invecchiamento ci sono decine di perplessità sui Supertuscans, spesso finti, vanigliati e odiosamente americanizzati: “Spesso non raccontano nulla”, scrivo subito dopo nel capitolo sul Lambrusco (passaggio che Langone si è guardato bene dal citare). Con quella frase asserivo solo un dato ovvio, e cioè che i vitigni alla base dei Supertuscans (cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc, syrah, etc) sono “indiscutibilmente” più nobili e decantati del proletario Lambrusco. Poi, a titolo personale (condiviso da Langone), io gli preferisco un Lambrusco come si deve. Dove sta l’errore (e la nostra diversità), caro Camillo?

-          Quando ti imponi di sbertucciare un libro che in realtà hai apprezzato, finisci spesso col franare rovinosamente su te stesso. E’ quel che capita a Langone, quando mi accusa di non avere mai assaggiato il Grasparossa Enrico Cialdini di Chiarli o il Sorbara Vigna del Cristo di Cavicchioli. Peccato che quegli stessi vini, Chiarli e Cavicchioli, siano citati nel mio libro. E non nei ringraziamenti: dentro quelle nove pagine che Langone consiglia di saltare (e forse ha saltato pure lui: qualora ciò fosse avvenuto, gli segnalo la pagina, 140). Conosco così poco i vini di Chiarli da nutrire la speranza – precedente all’articolo del Foglio – di fare una presentazione dentro la loro azienda. Mi premunirò di invitare anche Langone (di cui ho, non fate finta di fraintendere, stima totale).

-          Non pago di questo scivolone, Langone decide di esagerare accusandomi di non avere mai assaggiato il Lambrusco Vigna Migliolungo della Cantina Sociale di Arceto. Come no, l’ho sentito così poco che anche questo vino è citato nel libro (sempre a pagina 140). Non solo: il Vigna Migliolungo è stato eletto miglior Lambrusco d’Italia dal bimestrale Spirito DiVino, in un articolo (pure questo) riportato nel capitolo. Caso vuole, poi, che non più tardi di domenica scorsa abbia pasteggiato con un Vigna Migliolungo alle Tre Spade, delizioso ristorante di Correggio (se Langone vuole, posso esibire ricevuta, assieme a foto digitale che attesta la presenza di 12 Vigna Migliolungo – comprate, non regalate - nella mia cantina, accompagnate da altri Lambrusco di Arceto come l’ottimo Niveo). Da qui la domanda: caro Langone, che capitolo sul Lambrusco hai letto?

-          Nella sua reprimenda , Langone mi accusa anche di sostenere che ormai le varietà di Lambrusco sopravvissute sono (solo) 8. Peccato che a sostenerlo non sia io, ma Attilio Scienza, il grande professore dell’Università di Milano: io, nel libro, non ho fatto che darne menzione. Secondo Scienza – e anche questo nel libro c’è – a fine Ottocento le varietà di Lambrusco a bacca rossa erano 56 e a bacca bianca 27: molte di queste, oggi, sono estinte. Langone mi ricorda poi che il Vigna Migliolungo è fatto con 21 varietà di Lambrusco: come è possibile, lascia intendere, se (secondo Scienza) ne esistono solo 8? Semplice: se Langone leggesse tutta l’etichetta del Vigna Migliolungo (che peraltro è fatto con 40 cultivar, di cui 21 Lambrusco), scoprirebbe che “molte di queste uve (Lambrusco) sono ormai estinte nel nostro territorio”. Ovvero ciò che intendeva Scienza (non io, mero scriba).

 

Conclusioni

 

L’articolo di Langone, firma nei confronti della quale non posso che inchinarmi, nonostante lo smodato – e per lui inusuale - profluvio di autogol che è riuscito a realizzare in poche righe, sembra voler dimostrare come una certa “casta” di giornalisti enoici sia gelosissima del proprio orticello, al punto dall’accogliere a prescindere con diffidenza tutte le firme (più o meno) giovani. Elogio dell’invecchiamento è un libro fortemente “nuovo” e “diverso” sul vino, "ereticamente" a misura d'uomo, senza il mito dell'autoreferenzialità, scritto da un appassionato (fallibile, oh sì) che, fino a quel giorno, mai aveva parlato di vino: inevitabili i preconcetti da parte di alcuni (non tutti) esperti ed espertoni.

Ho poi un altro dubbio: nel capitolo sul Lambrusco, potevo prendere due “padri”. O Camillo Langone, o Paolo Massobrio. Ho scelto il secondo, dichiarandolo apertamente nel libro. Non solo: Massobrio è inserito tra le “firme storiche da ringraziare” (con Sandro Sangiorgi e Gianni Mura, per dirne altri due), Langone no. Oso chiedermi: che alla base di queste (ora spuntate e ora no) punzecchiature ci sia solo l’aria “piccata” di chi crede di non essere stato sufficientemente omaggiato da un novizio?

E’ lecito pensarlo, anche se la pregiata firma enoica del Foglio, a cui si deve peraltro la scoperta della Venere di Cesano (una ristoratrice di Senigallia che gli ha rapito il cuor), sbaglia (sbaglierebbe) anche qui. Nell’ultimo capitolo, quello dedicato al Brunello di Montalcino, c’è un lungo panegirico proprio su di lui, Camillo Langone, con tanto di suo articolo (dal Foglio del gennaio 2007) dottamente citato. Gli (e vi) segnalo le pagine: 307-309, con la quasi certezza che abbia saltato anche quelle. Hai tempo per rifarti, Camillo. Nel frattempo, brindo a te con un Monte delle Vigne di Ozzano Taro (fatto a Parma, ça va sans dire).

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venerdì, 14 settembre 2007

Intervista su Winenews

L'ottimo portale Winenews ha pubblicato una breve intervista audio dedicata a Elogio dell'invecchiamento.
La trovi qui: http://www.winenews.tv/index.php?wnt=4&wnv=652
postato da AndreaScanzi alle ore settembre 14, 2007 16:50 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 13 settembre 2007

Agenda (Luca Sofri e Matteo Bordone, Condor 2.0, Radio Due)

Giovedì 20 settembre, dalle ore 16 alle ore 17, sarò ospite di Condor, la trasmissione radiofonica di Radio Due condotta da Luca Sofri e Matteo Bordone.
Luca è astemio, Matteo etilista, io sommelier. E il libro, come noto, parla di vino. Sarà una bella battaglia.

Da: http://www.radio.rai.it/radio2/condor/view.cfm?Q_EV_ID=226272
20-09-2007 Ascolta la puntataAscolta
Tra gatti, vini e lavavetri Il Condor oggi vi racconta notizie e curiosità come sempre e riceve un gradito ospite: il giornalista e scrittore Andrea Scanzi.

PD Finalmente anche la stampa nazionale si accorge di quello che sta avvenendo intorno alle candidature per le primarie del Partito Democratico. Luca ne parla sul suo blog (già da un po') mentre gli articoli più interessanti oggi li trovate sul Riformista e su Repubblica .

La lettiera Uno dei gatti di Matteo si è ribellato perchè non gli ha cambiato la lettiera. E pensare che se non ci fosse stato Ed Lowe i gatti li avremmo dovuti lasciare sul terrazzo o in giardino.

L'elogio dell'invecchiamento Andrea Scanzi, giornalista della Stampa, appena ritirato il suo diploma da sommelier e il suo attestato da degustatore ufficiale, decide di partire alla scoperta dei luoghi e delle persone dalla cui storia e dalla cui passione nascono i più grandi vini italiani. Il suo libro è un viaggio alla scoperta dei dieci migliori vini italiani (e di tutti i trucchi dei veri sommelier), come avverte il sottotitolo.
L'elogio dell'invecchiamento, Strade Blu-Mondadori, pp 312, ¬ 15,50.

Tre minuti da lavavetri Andrea Scanzi tra i vari articoli che ha scritto per La Stampa ha anche realizzato un reportage fingendosi a Firenze lavavetri, ma la sua esperienza è durata molto poco.
postato da AndreaScanzi alle ore settembre 13, 2007 11:57 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 11 settembre 2007

Agenda (Radio Capital)

Domani, 12 settembre, parlerò di Elogio dell'invecchiamento a Radio Capital a partire dalle 10:30, nel programma mattutino condotto da Andrea Pellizzari e Flavia Cercato.
Questa mattina sono intervenuto a Radio Torino.

postato da AndreaScanzi alle ore settembre 11, 2007 15:01 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 11 settembre 2007

Il Parlamento del vino (La Stampa)

Oggi, giorno di uscita di Elogio dell'invecchiamento, il quotidiano La Stampa ha pubblicato in anteprima ampi stralci del quart'ultimo capitolo, Il Parlamento del vino.
Da www.lastampa.it

Il moscato è diessino, il prosecco leghista
Anche i vitigni hanno un’inclinazione ideologica: lo sostiene Andrea Scanzi in "Elogio dell’invecchiamento" e propone un "Parlamento del vino"

La mortadella è comunista, il salame socialista, il prosciutto crudo democristiano, la coppa liberale, la finocchiona è radicale. Il prosciutto cotto è fascista». Lo sosteneva Francesco Nuti in Caruso Pascoski di padre polacco.

Anche a me piace credere che ogni alimento, ogni prodotto, sottenda un'inclinazione ideologica. Che siano espressione della loro terra, che abbiano deciso di "venire" così, come li mangiamo e li beviamo.

Nulla è più politicizzabile del vino. E non parlo della bottiglia in sé o del vetusto dibattito - tipico di una certa vetero-sinistra - per il quale discernere di vino, come una volta di calcio, equivale all'essere filofranchisti. Parlo, più esattamente, del vitigno. Se l'Italia è per varietà il più grande parco ampelografico del mondo, possiamo immaginare il terroir come uno sterminato Parlamento. Ogni bottiglia che scegliete è un'ideologia che sposate. Ogni gusto che vi comunica il vino non è per caso: è perché la vigna, e il frutto, e il vinificatore (che è solo il terzo a votare), hanno voluto così.

Se ogni vitigno ha un’ideologia il pinot nero è il vitigno Kiarostami (o Kaurismaki, o il 99 percento dei registi premiati ai Festival): non lo capisco, quindi mi piace. Il pinot nero è anarchico. Rifiuta qualsiasi imparentamento elettorale, esige di essere vinificato in purezza e mal sopporta il cugino povero spumantizzato. È incostante, elitario, intellettualoide. Se fosse uomo, sarebbe un Bakunin scagliato contro la modernità.

Il nebbiolo è sabaudo, monarchico. Al referendum del '46 non avrebbe votato Repubblica, e in più di sessant'anni non ha mai cambiato idea. È diffidente del nuovo e manderebbe al confino coloro che in nome della «guerra del Barolo» ne hanno messo in discussione la propensione - pur'essa ideologica - all'invecchiamento.

Il sangiovese, non me ne voglia, è democristiano. Ha sempre la maggioranza. Piace a tutti, lo trovi ovunque e il suo governo (alla Toscana) non cade mai, a conferma del vecchio detto per il quale moriremo democristiani. Come i reduci scudocrociati, dopo Tangentopoli - che per il vino è stato Metanopoli - si è scisso in partiti e partitini. Il sangiovese toscano, a sua volta spezzettato in vari tronconi (Brunello, Morellino, Nobile…), si è diviso tra Partito Popolare (Chianti Classico) e Forza Italia (i Supertuscans imparentati con cabernet e merlot). In Umbria, più austero e meno disposto al dialogo, sarà un teodem associato a Rocco Buttiglione (mi scusino gli amici del Torgiano Rosso Riserva). Nelle Marche, più aggraziato, si sposerà con il Montepulciano d'Abruzzo per garantirsi un allargamento della base elettorale, come il partito di Pier Ferdinando Casini.

Dicono che ormai anche il sangiovese americano è competitivo: se così è, sarà il Follini dei sangiovese, spensierato e trasversale, buono per ogni uvaggio e crisi di governo.

Il merlot, facile, è conformista. Insuperabile nel salire sul carro del vincitore. Mellifluo, accomodante, spesso senza identità.

Il Lambrusco è proletario, fa l'operaio da una vita, crede ancora negli scioperi e si illude che l'Emilia sia rimasta ai tempi del Novecento di Bertolucci (e che D'Alema, prima o poi, dirà qualcosa di sinistra).

Il cabernet franc è verde, ecologista. Nessuno come lui ostenta fin dai profumi l'appartenenza alla terra, la sua matrice vegetale, le «note verdi». Non gliel'ho mai chiesto, ma credo che il cabernet franc sia il vino preferito da Beppe Grillo.

Il Prosecco è leghista, danaroso, poco incline alla multirazzialità. Va d'accordo solo con un'altra etnia, il verdiso, che ne è comunque solo il portaborse (senza portafoglio). L'uva di Troia è il re dei mediani. Il nome della sua Doc è Cacc'e mmitte, che in pugliese vuol dire «togli e metti», cioè - nello specifico - un continuo ricambio e addizione di uve al mosto in fermentazione. E' un altro vitigno operaio, che non ha mai smesso di lavorare in miniera e che si sente dimenticato dal Nord. Per questo, alle elezioni, non vota.

Il primitivo è mastelliano. Lo so che è forte come associazione, ma il primitivo è un vitigno facile e un po' bagascia, ingentilito, che a seconda del luogo - e della discussione - cambia nome e schieramento: primitivo, zinfandel, plavac mali. Non so perché ma il primitivo, il merlot degli autoctoni italiani, secondo me era d'accordo con l'indulto.

Il syrah è di destra e non ha mai digerito la svolta di Fiuggi. È un vitigno nazionalista, patriottico, che vota Alleanza Nazionale in mancanza di meglio. Virile, austero. E' un balilla cresciuto, è il cuoco di Salò.

Il Negroamaro è missino, per pura associazione semantica.

Il Picolit, malato com'è di acinellatura, di aborto spontaneo, non può che essere radicale. Sempre in minoranza, sempre pro-aborto.

L'aglianico è borbonico. Il Pignolo è dell'Italia dei Valori, cocciuto come Di Pietro. Il Muller Thurgau vota Forza Italia. Nato da un esperimento di laboratorio, per mere esigenze personali (di un ricercatore, in quel caso), non è né carne né pesce. Non ha il fascino del Riesling, né la rusticità del Sylvaner. Non gode di buona critica. Sul suo passato si sollevano dubbi. Nessuno dice di berlo. Ma tutti lo bevono.

Il Tocai Rosso è Rifondazione Comunista. Un vitigno sufficientemente elitario (cresce solo a Vicenza) per piacere a Bertinotti. Quando però si è saputo che non era altro che un cannonau veneto, e che la produzione non era tale da garantire lo sfondamento del 10 percento su scala nazionale, in sede ci sono rimasti male.

Il trebbiano è qualunquista. L'uva rara, lo schioppettino e il tazzelenghe sono il gruppo misto al Senato, le minoranze etniche, quelli di cui ci si ricorda solo quando va eletto il Presidente della Repubblica o salvato un governo di centrosinistra.

Il moscato è diessino, più esattamente veltroniano. Dolciastro, zuccheroso, sussiegoso. Interlocutorio, trasversale, contraddittorio. Più buonista che buono. Al primo sorso sembra piacerti, al secondo ti ha già stuccato. La malvasia è di destra. Lo chardonnay rigorosamente di centro.

La barbera ha fatto il Sessantotto e nell'invecchiare si è fatta assumere da Italia 1.

Il cabernet sauvignon è Presidente della Camera, il sauvignon blanc (quota rosa) Presidente del Senato.

La democrazia italiana? Un novello, un beaujolais. Giovane, ineffabile, ballerina. Petillant. Senza pretese.

AUTORE: Andrea Scanzi
TITOLO: Elogio dell'invecchiamento
EDIZIONI: Mondadori
PAGINE: 312
PREZZO: 15,50 euro

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domenica, 09 settembre 2007

Agenda

Domani, lunedì 10 settembre, presenterò Elogio dell'invecchiamento all'Ac Hotel di Arezzo in via Einstein, ore 21:15, in anteprima all'assemblea dei soci Ais della Delegazione di Arezzo (la mia delegazione).

Riporto l'articolo che Max Ricciarini, su
www.limboccastrada.it, ha dedicato all'evento. 

Andrea Scanzi, giornalista aretino classe ‘74, collaboratore de La Stampa, presenterà lunedì 10 settembre alle 21,15 presso l’AC Hotel in via Einstein ad Arezzo il suo ultimo libro dedicato al mondo del vino intitolato “Elogio dell’invecchiamento” edito da Mondadori per la collana “Strade Blu”.
Un tuffo nel passato
Andrea Scanzi, per gli amici “rui”, ripercorre nel suo sito personale
www.andreascanzi.it (coinvolgendo il padre in veste di webmaster) il suo curriculum con simpatica e gradevolissima autoironia che provoca nello scrivente – più che nel lettore – anche picchi di nostalgia; il sottoscritto ha condiviso con l’autore del libro – e non esita a farne cenno – parte degli anni da studente universitario presso il polo aretino dell’Università degli studi di Siena oltre a qualche piacevole anche se raro incontro di calcetto. Si legge nella sua biografia che “per via della passione smodata per il Portogallo di Saramago, Lobo Antunes e Rui Costa (in quest’ordine), gli rimane attaccato il soprannome «Rui»”.
Nel 2001 Scrive con Enrico Mattesini i testi dell’autobiografia di Roberto Baggio, Una porta nel cielo/Il sogno dopo. Il libro vende più di 100 mila copie ed è tradotto in tutto il mondo.
Collaborerà con la redazione sportiva de “Il Manifesto” e in quella culturale de “Il Riformista” e a novembre del 2002 esce il suo primo libro, Il piccolo aviatore, dedicato a Gilles Villeneuve. Buone vendite, ottime recensioni. Gianni Mura, su Repubblica, lo definisce «tra i migliori della nostra tribù, specie in rapporto all’età»”.
Dopo aver lasciato il mondo del calcio – giornalisticamente parlando – qualche mese in anticipo rispetto al boom scandalistico delle intercettazioni telefoniche, diventa sommelier Ais e assaggiatore di formaggi Onaf. Realizza così il suo sogno alla Pepe Carvalho di acquisire una piena decenza culinaria, grazie a letture mirate (Allan Bay e dintorni).
Suo ultimo successo prima di “entrare nelle cantine storiche d’Italia” è un libro su Ivano Fossati intitolato “Il Volatore” (editore Giunti).
Lo scoop da spirito ribelle
Il 27 agosto 2007, a seguito dell'ordinanza del comune di Firenze, si finge lavavetri per le strade del capoluogo toscano. Il suo reportage, uscito in prima pagina ne La Stampa il giorno dopo, ottiene una vasta eco (Studio Aperto Italia 1, Radio Anch'io, Radio Rai 2, Dagospia e altre).
Il libro
“La cosa che amo del vino” – spiega Andrea Scanzi – “è quello che mi fa capire. La verità è che amo pensare alla sua vita. Il vino è un essere vivente. Amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le sue uve: se c’era un bel sole, se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno vendemmiato e curato quelle uve. E se un vino è di annata, penso a quante di loro sono morte.»
Nelle parole che l’attrice Virginia Madsen pronuncia in un divertente film di qualche anno fa, Sideways, c’è forse la chiave per capire che cosa fa del vino qualcosa di veramente unico. «Mi piace che continui a evolversi, che se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se la aprissi un altro giorno. Perché una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita: è in costante evoluzione, acquista complessità. Finché non raggiunge l’apice. E poi comincia il suo lento, inesorabile declino.» Il vino è come noi, per questo lo amiamo. E quando per il vino parliamo di invecchiamento, descriviamo un processo di trasformazione che è molto simile alla nostra esperienza, un cambiamento che con il passare degli anni impariamo ad riconoscere e apprezzare.
Andrea Scanzi, appena ritirati i suoi diplomi AIS, decide di partire alla scoperta dei luoghi e delle persone dalla cui storia e dalla cui passione nascono i più grandi vini italiani, con la convinzione che analizzare il mondo del vino è un modo per capire cosa proviamo per il nostro passato e cosa stiamo preparando per il futuro. E così si trova ad attraversare in lungo e in largo il nostro paese, dalle Langhe all’Alto Adige, dalla tenuta di Bolgheri a quelle di Barile (in provincia di Potenza), dalla Valpolicella a Pongelli (nelle Marche), dalla Franciacorta a Montalcino, dalle terre del Lambrusco a quelle del Picolit, per raccontare dove e per mano di chi nascono i nostri vini migliori.
Scanzi ci insegna a riconoscere e a distinguere, insieme a chi li produce, il Barolo, il Pinot nero, il Sassicaia, l’Aglianico e altri capolavori di una lunga storia fatta di lavoro, pazienza e dedizione. Non senza ironia ci svela, tra una tappa e l’altra del suo viaggio, i piccoli e grandi segreti che ogni sommelier e ogni buon intenditore hanno messo a punto nel tempo e che consentono loro di muoversi con disinvoltura in questo mondo così ricco e variegato. E soprattutto, ci insegna a riconoscere la vita segreta dei vini e ad apprezzare quella sottile arte che ne fa spesso dei capolavori: l’arte di invecchiare.

Dall’11 settembre il libro “Elogio dell’invecchiamento” sarà disponibile in tutte le librerie.

Massimiliano Ricciarini

postato da AndreaScanzi alle ore settembre 09, 2007 19:35 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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domenica, 09 settembre 2007

La quarta di copertina di Elogio

«La cosa che amo del vino è quello che mi fa capire. La verità è che amo pensare alla sua vita. Il vino è un essere vivente. Amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le sue uve: se c’era un bel sole, se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno vendemmiato e curato quelle uve. E se un vino è di annata, penso a quante di loro sono morte.»
Nelle parole che l’attrice Virginia Madsen pronuncia in un divertente film di qualche anno fa, Sideways, c’è forse la chiave per capire che cosa fa del vino qualcosa di veramente unico. «Mi piace che continui a evolversi, che se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se la aprissi un altro giorno. Perché una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita: è in costante evoluzione, acquista complessità. Finché non raggiunge l’apice. E poi comincia il suo lento, inesorabile declino.» Il vino è come noi, per questo lo amiamo. E quando per il vino parliamo di invecchiamento, descriviamo un processo di trasformazione che è molto simile alla nostra esperienza, un cambiamento che con il passare degli anni impariamo ad riconoscere e apprezzare.
Andrea Scanzi, appena ritirato il suo diploma da sommelier e il suo attestato da degustatore ufficiale, decide di partire alla scoperta dei luoghi e delle persone dalla cui storia e dalla cui passione nascono i più grandi vini italiani, con la convinzione che analizzare il mondo del vino è un modo per capire cosa proviamo per il nostro passato e cosa stiamo preparando per il futuro. E così si trova ad attraversare in lungo e in largo il nostro paese, dalle Langhe all’Alto Adige, dalla tenuta di Bolgheri a quelle di Barile (in provincia di Potenza), dalla Valpolicella a Pongelli (nelle Marche), dalla Franciacorta a Montalcino, dalle terre del Lambrusco a quelle del Picolit, per raccontare dove e per mano di chi nascono i nostri vini migliori.
Scanzi ci insegna a riconoscere e a distinguere, insieme a chi li produce, il Barolo, il Pinot nero, il Sassicaia, l’Aglianico e altri capolavori di una lunga storia fatta di lavoro, pazienza e dedizione. Non senza ironia ci svela, tra una tappa e l’altra del suo viaggio, i piccoli e grandi segreti che ogni sommelier e ogni buon intenditore hanno messo a punto nel tempo e che consentono loro di muoversi con disinvoltura in questo mondo così ricco e variegato. E soprattutto, ci insegna a riconoscere la vita segreta dei vini e ad apprezzare quella sottile arte che ne fa spesso dei capolavori: l’arte di invecchiare.

postato da AndreaScanzi alle ore settembre 09, 2007 19:32 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 07 settembre 2007

I 10 vini da salvare dall'Apocalisse (First, Panorama)

Per anticipare il mio libro, Panorama mi ha chiesto di scegliere "10 vini da salvare" per un articolo da pubblicare nel mensile First.
I vini scelti non coincidono - non tutti - con i 10 vitigni (e/o) vini a cui ho dedicato un capitolo in Elogio dell'invecchiamento.
Avvertenza: questa non è la classifica dei 10 migliori vini italiani (azzardato preferire un Lambrusco a un Sassicaia o a un Valtellina Superiore), quanto piuttosto la segnalazione di 10 vini coerenti, non modaioli, che raccontano al meglio il loro terreno e la migliore tradizione vitivinicola italiana. E in questo senso, con buona pace dei detrattori a prescindere, il Lambrusco (nella sua massima espressione, e ne esistono) ha molto più da dire degli altisonanti "vinoni" boisè, tanto ammiccanti quanto vuoti (nonché carissimi).
Poi, per carità, ognuno avrà senz'altro in mente una top ten migliore di questa, ma è la Sindrome da Nick Hornby: nel momento in cui hai stilato e consegnato una collection che ti sembra infallibile, ti accorgi di aver lasciato fuori canzoni (e film, e libri, e vini) micidiali. E a quel punto ci rimani male.
E' il brutto (ma anche il bello) delle "classifiche".

31-08-2007

FIRST - PANORAMA
Vini Vidi Vici ... Dieci bottiglie che raccontano l’Italia. La superclassifica delle migliori etichette nostrane? Non proprio. Quello che First ha chiesto a un giornalista-scrittore-sommelier, è “solo” l’elenco dei vini che sarebbe bene salvare dall’Apocalisse. Gusti autentici. Unici. Ispirati. Quasi eroici...
1. Brunello di Montalcino Riserva 1999 Tenuta il Greppo - Franco Biondi Santi
Il Brunello di Montalcino è forse la Docg più in crisi d’Italia. Successo e premi hanno dato alla testa. Il “normotipo” del Brunello attuale è banale, prevedibile, per nulla economico. E non aiutano le scriteriate esaltazioni di Wine Spectator, che l’anno scorso ha eletto miglior vino del mondo un Brunello di Montalcino “Pinocchio Version”, cioè spremuta di rovere. Le eccezioni, però, esistono. La famiglia Biondi Santi ha inventato il Brunello credendo, a partire dall’Ottocento, in questo particolare biotipo di sangiovese grosso (localmente detto “Brunello”). Franco Biondi Santi lavora come i suoi avi: viti vecchie, botti grandi e antiche, pochi interventi in cantina e religioso rispetto del territorio. Il suo Brunello è un caleidoscopio di profumi, sciarada all’olfatto e nirvana al gusto. Costo: 70 euro l’Annata, 150 la Riserva. Caro, ma una volta tanto, ne vale la pena.
2. Barolo Vigna Rionda 2001 - Oddero
La chiamano “Guerra del Barolo”. Da una parte ci sono i tradizionalisti (Rinaldi, Cappellano, Bartolo Mascarello), che vinificano come una volta, botti grandi e lungo invecchiamento. Dall’altra gli innovatori, i Barolo Boys, che si affidano ai poteri taumaturgici della barrique e mascherano il nebbiolo affinché sia più colorato, meno tannico, più gentile nei profumi e “pronto subito”. Il barolo, da uve nebbiolo, nasce come vino da invecchiamento, ma il mercato e le guide del vino non aspettano. In questi casi urge ancorarsi saldamente alla tradizione (con buona pace di Robert Parker, il George Bush dei giornalisti-enologi). Il Vigna Rionda, fatto a Serralunga d’Alba, è un fulgido esempio di ciò che deve essere il Barolo. Costo: 55 euro.
3. Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Villa Bucci Riserva 2004 - Bucci
Verdicchio e, inevitabilmente, provi un insopprimibile moto di fastidio perché pensi al “tremendo” bianco da ipermercato. Colpa della bottiglia ad anfora, delle cantine sociali. Agli inizi degli anni Ottanta, però, Ampelio Bucci si convince che quel vitigno ha potenzialità uniche. Lo lavora in purezza, da viti vecchie, usando botti grandi. Il risultato è sorprendente: oggi il Villa Bucci Riserva (27 euro) è uno dei più prestigiosi bianchi europei. Il modello è la Borgogna, attitudine contadina e nessuna concessione al gusto globalizzato. Dopo il successo di Bucci altri produttori lo hanno seguito a ruota, elevando il livello medio. E’ accaduto anche in Abruzzo, per Montepulciano e Trebbiano, riscoperti e nobilitati da Edoardo Valentini, oggi scomparso.
4. Alto Adige Pinot Nero 2004 - Gottardi
Nello scacchiere mondiale, il pinot nero è uno di quei vini che, se dici che ti piacciono, sei cool. Delicatissimo, cresce bene solo dove vuole lui (in Borgogna, ma anche nell’Oregon e in Nuova Zelanda). Dà vini scontrosi, profumi animali, colore scarico: per apprezzarlo devi “capire” di vino. Una piccola enclave italiana di pinot nero è nel basso atesino, a Mazzon, sopra Egna (Bolzano), dove vinifica Bruno Gottardi. E’ suo il miglior pinot nero italiano. La produzione è limitata e va subito esaurita. Costa 20 euro.
5. Dolcetto d’Alba Superiore 2004 - Flavio Roddolo
Flavio Rossolo, l’Eremita, vive e lavora a Bricco Appiani, frazione di Monforte d’Alba. Ha un’idea biologica di vinificazione. Appartenere a un gruppo lo metterebbe a disagio, quindi balla da solo. E balla bene. Le guide, pur infastidite dalla poca mondanità del personaggio, non possono non omaggiarlo. Il dolcetto è un vitigno “povero” adorabile, quello di Roddolo, versione Superiore del 2004, un gioiellino. 13 euro. Se si vuole esotismo, da provare il suo Bricco Appiani (30 euro) cabernet sauvignon in purezza, a un livello che il 90% dei Supertuscans si sogna.
6. Ribolla Anfora 2002 - Gravner
Josko Gravner, l’Eretico di Enolandia, è di Oslavia (Grozia), la terra della Ribolla Gialla. Josko è uomo che va in direzione ostinata e contraria. Si è fatto costruire in Georgia (dove la vite è nata) delle grosse anfore di terracotta, dove per mesi tiene il mosto bianco a contatto con le fecce. Ne nasce un vino particolarissimo, giallo oro e un po’ torbido, profumi da vino passito, ambizioni da rosso e grande bevibilità. O lo adori o lo detesti. 50 euro. Da provare anche il Pico di Angiolino Maule, garganega “estrema” da 20 euro: uno dei preferiti di Jonathan Nossiter, il regista di Mondovino.
7. Pas Dosé Alto Adige Riserva 2001 Azienda Agricola Haderburg
L’Italia non ama gli spumanti. Da noi è inconcepibile pasteggiare a bollicine, tipologia di vino ritenuta da aperitivo o da brindisi. Esistono il Metodo Classico, con seconda rifermentazione in bottiglia (Champagne, Ferrari, Berlucchi), e il Metodo Martinetti-Charmat, con seconda rifermentazione in autoclave (Prosecco). Haderburg è un’azienda biologica altoatesina, specializzata in Metodo Classico. Il Pas Dosé MIllesimato (30 euro) è lo spumante per “uomini duri”, senza aggiunta di dosaggio (liquer d’expédition), quindi senza residuo zuccherino. Se si preferisce meno acidità e più morbidezza, meglio optare per il Brut (22 euro).
8. Colli Orientali del Friuli Picolit 2004 - Ermacora
Ah, i vini dolci. Quelli che piacciono alle donne e che nei concorsi sono detti “vini ruffiani” perché strappano qualche punto in più (lo zucchero piace a tutti). Il picolit cresce solo in alcune zone orientali di Udine e Gorizia. Esigente, soffre di acinellatura (aborto spontaneo), produce poco, costa molto. Era il preferito dai Papi: nettare adorabile, buono per abbinamenti azzardati (formaggi erborinati, foie gras) e come vino da meditazione. Il Picolit 2004 di Dario Ermacora è tra i migliori. 33 euro (1/2 litro).
9. Aglianico del Vulture Don Anselmo 2003 - Paternoster
Vitigno dei vulcani, cresce in terreni lavici, che proteggono dalla fillossera. Alcune piante hanno cent’anni: più la vite è vecchia, più l’acino di pregio. Lo chiamano il Barolo del Sud: propensione all’invecchiamento, tannini irruenti, profumi non facili. Dà il meglio di sé in Campania (Taurasi, Taburno), Molise e Basilicata. Paternoster è un’azienda storica del Vulture. Che ha ammiccato al mercato con il Rotondo, aglianico new style, barricato e con malolattica “spinta” (meno acidità, più morbidezza). Per gustare un aglianico vero, bisogna optare per il portentoso Don Anselmo. La 2003 è stata un’annata particolare, molto calda, ma in questo articolo si è deciso di segnalare le annate più recenti (quindi più facilmente reperibili). 28 euro.
10. Reggiano Lambrusco Rosso Campanone - Lombardini
Red Cola o Champagne rosso? Di sicuro il bistrattato Lambrusco è uno dei vini italiani che più raccontano la loro terra. Ha storia antica: i romani chiamavano Vitis Labrusca le piante che crescevano ai margini dei campi coltivati. Virgilio e Plinio il Vecchio ne cantarono le lodi. Negli ultimi anni, accanto alla produzione dozzinale, si è assistito a un rilancio qualitativo. Vino proletario, schietto, senza pretese, in purezza a Modena e blend se reggiano o mantovano, con spiccate proprietà sgrassanti (perfetto per la cucina emiliana). Particolarmente ricco di resveratrolo, l’antociano che aiuta la circolazione e previene gli infarti. Costa 5 euro: nessun vino vanta il rapporto qualità/prezzo dei migliori Lambrusco.


Andrea Scanzi (Elogio dell’invecchiamento. Viaggio alla scoperta dei 10 migliori vini italiani (e di tutti i trucchi dei veri sommelier), di Andrea Scanzi, esce l’11 settembre per Mondatori, collana Strade Blu, 312 pag., 15.50 euro).

(da www.winenews.it)

postato da AndreaScanzi alle ore settembre 07, 2007 16:59 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 07 settembre 2007

Del saper invecchiare (ovvero di cosa parla questo libro)

elogio

Martedì 11 settembre uscirà per Mondadori (Strade Blu) il mio quinto libro, Elogio dell'invecchiamento.
Come recita il sottotitolo, si tratta di un viaggio alla scoperta dei 10 migliori vini italiani (e di tutti i trucchi dei veri sommelier).
E' senz'altro il mio libro più divertito (e spero divertente). Intendiamoci: è un libro serio, un "saggio" meticoloso sulla realtà ampelografica contemporanea, ma senza - spero - l'aria plumbea e barbosa dei saggi didattici (apprendere divertendosi è sempre un bel modo di spendere il proprio tempo).
Accanto ai dieci capitoli di viaggio, ognuno dei quali dedicato a un vino italiano di particolare rilievo (Brunello di Montalcino, Barolo, Aglianico, etc.), ce ne sono altrettanti che provano a raccontare i "dietro le quinte" del mondo dei sommelier: come si degusta un vino (e quanto "fingono" a volte gli espertoni in tv, così bene imitati da Antonio Albanese), cosa si intende per vino "buono", le tecniche di abbinamento cibo/vino. Ma anche: come si diventa sommelier, come ci si sbronza senza star male la mattina dopo, cosa si deve (e non si deve) fare al ristorante e quanto discutibili siano le "guide" (e i loro voti).
Un po' Sideways, un po' Mondovino, Elogio dell'invecchiamento è il mio modo di raccontare una passione e un grande patrimonio italiano,
Non è un libro scritto da un esperto, casomai da un appassionato che ha cognizione di causa (sono pur sempre Sommelier e Degustatore Ufficiale Ais) e che non ha letto invano né Pepe Carvalho, né Gianni Mura.
Non è un libro per iniziati, casomai per iniziali. Chi mi conosce, troverà - nei capitoli più leggeri - echi dei miei vecchi Rovad su Il Mucchio Selvaggio, o comunque della mia vena più propensa al cazzeggio.

Secondo un mio vecchio vizio di fabbrica, dentro il libro ci saranno tesi che alcuni reputeranno eretiche (chiedo scusa, ma spesso il lessico "televisivo" dei sommelier mi strappa qualche sorriso) o
 "vecchie". Lo confesso: se la guerra del gusto si risolvesse in una singolar tenzone tra modernisti e tradizionalisti, non farei certo compagnia ai devoti di Robert Parker e Michel Rolland.
In questo lungo percorso, ho incontrato grandi nomi dell'enologia italiana, persone rare, sognatori veri. Franco Biondi Santi, Nicolo Incisà della Rocchetta, Ampelio Bucci, Flavio Roddolo e molti altri ancora. Essi mi hanno confermato una mia vecchia convinzione:  oggi, nell'era del postmoderno, la rivoluzione più grande è saper invecchiare. Che si parli di uomini. Di carriere. Di vini.

postato da AndreaScanzi alle ore settembre 07, 2007 16:28 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: vino scanzi elogio

Chi sono

Blogger: AndreaScanzi
Nome: Andrea Scanzi
Giornalista e scrittore. Scrivo ne La Stampa. Ho curato con Enrico Mattesini i testi dell'autobiografia di Roberto Baggio (Una porta nel cielo/Il sogno dopo, Limina 2003) e firmato Il piccolo aviatore (Limina 2002 Premio Sporterme), C'è tempo (PeQuod 2003), Canto del Cigno (Limina 2004 Premio Coni) e Ivano Fossati, Il volatore (Giunti 2006). Sono Sommelier e Degustatore Ufficiale Ais.


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