Torno a recensire uno Champagne, bevuto due giorni fa.
Soutiran ha una gamma molto varia di prodotti.
Io ho bevuto il Grand Bru Blanc de Blancs, quindi da sole uve Chardonnay.
I vigneti sono ad Ambonnay.
Ottimo all'esame visivo, nulla da dire.
Complesso al naso: prima la nespola toscana, poi la pera, quindi l'arachide, la crosta di pane, i fiori bianchi:
Al gusto è fresco e abbastanza sapido, con un finale piacevolmente dolcino che equilibra la nota citrina e limonata. Si percepisce - ma non troppo - lo sciroppo di dosaggio. Deterge, invita a essere ribevuto, ha una buona progressione. Forse non verrà trovato abbastanza droit, dritto, dai vinoveristi.
Uno Champagne riuscito.
La mia valutazione è di ***++.
Uno dei miei paesi dei Balocchi preferiti è l'Osteria Pane e Vino di Cortona. La carta dei vini è semplicemente straordinaria, rivolta in particolare ai vini naturali.
Sabato, con Linda, abbiamo aperto una Ribolla 2001 di Radikon. Vino-mito, amato e odiato, con la stessa impostazione di Josko Gravner (il paragone non fa piacere a nessuno dei due - non sono esattamente amici -, ma è inevitabile: stesse uve, vigneti uno di fronte all'altro, stessa concezione naturale ed estrema dei loro vini).
Non saprei dire se alla fine preferisca Gravner a Radikon. E' quesito abbastanza stupido: amo entrambi. Qui, su Lavinium, potete trovare una recensione felicemente appassionata del secondo.
E' chiaro che la Ribolla di Radikon non è vino da tutti. La vinificazione è in rosso, cioè c'è lunga macerazione del mosto (bianco) a contatto con le bucce (bianche). Questo fa sì che il vino, non filtrato e con lieviti naturali, con tanto di "mitica" sosta nelle anfore, si presenterà giallo torbido, scuro e "misterioso" all'esame visivo.
E così al gusto. Premessa: bevetelo "caldo", a 15 gradi (come consigliato da Radikon) o anche un po' più. Come un rosso. I profumi risalteranno ancora di più. E sono profumi elegantissimi: anzitutto l'arancia candita, poi la pesca gialla, quindi anice, fiori gialli, note minerali, miele, un che di cannella. Vino davvero complesso al naso, e fine.
Al gusto è splendido. Mi ha stupito la sua capacità di adattarsi, in maniera quasi simbionte, a tutti i cibi, dal primo (pici alle molliche) alla mortadella di Bologna, fino - addirittura - a una verticale di formaggio Bitto (che avrebbe messo in difficoltà chiunque).
L'alcolicità, contenuta (12.5 gradi), è quasi impercettibile. Grande l'acidità, l'eleganza, l'equilibrio. Buona la sapidità. Ottima la bevibilità, decisa la progressione.
E' un vino da 35-40 euro al ristorante, li vale tutti. Cercate un'annata lontana, diciamo dal 2002 in giù. Le altre sono "giovani".
La mia valutazione, convinta, è di ****.
P.S. La cena è stata resa perfetta da un Picolit naturale, davvero pregevole, di Marco Sara (***+, denso, viscoso, complesso, forse sin troppo dolce ma salvato da un'acidità invidiabile) e uno strepitoso distillato di vino della Val di Susa, (Bussolengo). Ha 52 gradi, lo fa il Dr. Mario Montanaro, è distillato ad Alba (terra sacra) da Aurelio Ravetto. Portentoso.
Proseguo con la mia carrellata di Champagne.
E' la volta del Millesimato Brut, annata 2000, di Demière-Ansiot. Siamo a Oger, cuore della Cote de Blancs. Vigne vecchie quarant'anni, vigneti provenienti dalla solaOger. E' uno dei prodotti di punta di questo piccolo produttore. Prezzo (a Epernay, da C-Comme) di 17 euro.
Uno Champagne piacevole, con il limite di una personalità non proprio debordante. Forse la bottiglia era un po' stanca, mi è successo con altri Champagne millesimati del 2000 o giù di lì: non tutti hanno la longevità dei Beaufort.
Comunque un bel vino, ottimo all'esame visivo, brillante e dal perlage impccabile.
Al naso è nettissima la nota citrina, che ritroverete al gusto. Cedro, pompelmo, addirittura limone. Un'aciditò esasperata, non bellissima a una degustazione pura, ma indicata durante il pasteggio (e questo un po' stride con l'idea di un Blanc de Blancs erroneamente ritenuto da "solo antipasto"). Ottima bevibilità, dunque.
Buona sapidità, dinamicità un po' scolastica, equilibrato. Abbastanza elegante.
La mia valutazione, anche in relazione al prezzo (ottimo), è di ***+.
Ottimo Champagne, nulla da dire. Siamo ad Ay, Valle della Marna, zona di Pinot Nero e Pinot Meunier. E' il prodotto di punta della piccola azienda di Roger Brun.
85 percento Pinot Nero, 15 Chardonnay. Tutta uva proveniente solo dai vigneti grand cru di Ay. Un Brut, lo sciroppo di dosaggio è composto da blend di annate passate con zucchero di canna 12 grammi/litro.
La bottiglia sta sui lieviti almeno tre anni. Non è un millesimato. Il prezzo, in Francia, è di 21 euro nelle enoteche. Non so si trova in Italia.
Perlage fine e persistente, giallo paglierino brillante. Al naso, anzitutto, pompelmo. Poi limone, crosta di pane. Non troppo percettibile l'arachide.
Al gusto ha discreta struttura ed è anzitutto dissetante, rinfrescante. Un piacevolissimo citrino, fresco, buona sapidità, grande eleganza e straordinaria bevibilità. Non particolarmente complesso, ma bella dinamicità.
La mia valutazione è di ***++. Ve lo consiglio senz'altro.
Nella mia continua carrellata di Champagne, tutti o quasi da piccoli vigneron reperiti presso C-Comme a Epernay, è stata la volta qualche sera fa di Colin. Opera dal 1829 a Vertus, enclave della Cote de Blancs (qui c'è anche Larmandier-Bernier, bravissimo).
Ho degustato uno dei prodotti di punta, il Millesimato, annata 2003. Un Brut, rigorosamente Blanc de Blancs, dai vigneti (entrambi Grand Cru) di Oiry (60%) e Cramant (40%). Tutti terroir dove lo Chardonnay è sontuoso.
Il Millesimé riposa sui lieviti tra i 4 e i 5 anni. Il prezzo - in Francia - è di 28 euro. In Italia, se lo trovate, non sta sotto i 45.
Ha un bel colore, giallo paglierino brillante. Perlage elegante, numeroso, persistente. Al naso, appena aperto, tradisce la liquorosità dello sciroppo di dosaggio (e questo non piacerà agli amanti del Pas Dosè). Netta la nota di amaretto, al naso e come retrolfazione. Dopo un po', ossigenandosi, lascia spazio alla crosta di pane, alla mandorla e ai fiori bianchi.
Bella freschezza, buona sapidità, ottima bevibilità. Non una grande dinamicità, carattere medio. Fine, non finissimo. Finale leggermente amaricante. Abbastanza armonico.
Uno Champagne che non ti cambia la vita, ma ben fatto e piacevolissimo, come aperitivo o con una frittura.
La mia valutazione è di ***+.
Questo è un vino onesto, tranquillo, da tutto pasto. Fatto bene.
L'ho acquistato ad Asti, in una enoteca. L'azienda è Cornarea, di Canale.
Si sa che il Piemonte non è terra di bianchi (al di là dell'Erbaluce di Caluso e del Moscato, che però fanno storia a sé).
Cornarea valorizza invece uno dei pochi bianchi autoctoni piemontesi, l'Arneis, detto - un po' impropriamente - "nebbiolo bianco".
Il Cornarea 2008 è fresco e abbastanza morbido, intenso e dai profumi di pesca bianca e acacia. Ha la morbidezza gusta, la necessaria sapidità. Equilibrato, di buona beva, di apprezzabile lunghezza.
L'ho trovato sui 12 euro, potevo aspettare (adesso andrebbe bevuta la 2007, ottima) ma mi ha convinto. La mia valutazione è di ***+.
Ve lo consiglio, rimandandovi a questa recensione di Franco Ziliani.
Ecco un grande Champagne. E' di un piccolo vigneron, Robert Moncuit. Siamo nel cuore della Cote de Blancs, a Mesnil-sur-Oger. Qua lo Chardonnay dà il meglio di sé, come dimostrano - tra gli altri - anche gli ottimi vini di Denis Bonnet-Gilmert.
E questa bottiglia ne è prova.
E' la Grande Cuvèe, bottiglia di punta dell'azienda. Blanc de Blancs, ovviamente.
Cento per cento Chardonnay.
Cinque anni sui lieviti, millesimato (questa era una 2001). Vigne con più di quarant'anni.
E' il classico Champagne droit, dritto. Verticale. Fresco, sapido. La perfezione dello Champagne "da aperitivo". Grande eleganza, straordinaria bevibilità, bella presenza (perlage, colore). Brillante, fine, intenso.
Non ha profumi complessi (su tutti il cedro, fiori bianchi e un lievito davvero netto, quasi di pasta madre per pizze). E non ha nemmeno una struttura importante: dritto, appunto. Per questo deluderà chi non ama gli Champagne di solo Chardonnay, perché "non abbastanza complessi", ma questa bottiglia nel suo genere è semplicemente encomiabile.
Io l'ho pagata 25 euro a Epernay (C-Comme), non so se si trova in Italia.
La mia valutazione, tutto considerato, è di ****.
Françoise Bedel è una delle più apprezzate viticoltrici di Champagne. In particolare, della Valle della Marna. I suoi sono Champagne biodinamici. Piccola produzione, rigoroso rispetto della terra e dei cicli lunari. Lieviti indigeni (ovviamente) e tutto quello che comporta essere biodinamici.
Nel mio viaggio estivo, l'azienda era chiusa. La trovate a Crouttes-sur-Marne. Io ho acquistato le bottiglie a Epernay, presso C-Comme, ma si trova anche in Italia tramite la società La Flute.
Qui trovate una bella recensione di Franco Ziliani.
Lo Champagne Entre Ciel et Terre (non millesimato) è il prodotto di punta dell'azienda. Ogni anno differisce un po' nella percentuale, ma la sua caratteristica principale - o una delle principali - è quella di usare una percentuale consistente di Petit Meunier. Ovvero il vitigno meno nobile dei tre della Champagne, di solito usato (se usato) solo come agente matrimoniale tra Pinot Nero e Chardonnay.
Il Pinot Meunier dona corpo e forza, ma non ha grandissima eleganza. Quindi usarlo in forma maggioritaria, come questa versione (66 percento), è un azzardo. Trentaquattro Chardonnay, niente Pinot Nero (che però rientra nell'altro vino, Dis Vin Secret).
Bottiglia con etichetta molto curata, invecchiamento sui lieviti di almeno sei anni. Prezzo impegnativo, in enoteca ad Epernay viene 39 euro, in Italia non lo troverete sotto i 55-60.
Viti vecchie trent'anni. Bel giallo paglierino brillante, perlage fine ma non troppo, le bollicine sono abbastanza persistenti e l'anidride carbonica la percepisci più in bocca che all'esame visivo (un tratto distintivo dei lieviti indigeni).
Al naso, più che la crosta di pane, arriva subito il burro di arachide, poi i fiori bianchi e la nocciolina.
In bocca è fresco e abbastanza sapido, equilibrato, non lunghissimo e con un finale un po' acido che rimanda al pompelmo. Questo finale ne aiuta la beva, ma non lo rende elegantissimo.
In conclusione, uno Champagne di corpo e carattere, anche se non troppo fine.
La mia valutazione, anche in relazione al rapporto qualità-prezzo, è di ***+.
Qualche sera fa sono stato al Cassia Vetus, un'osteria a Loro Ciuffenna, nel Valdarno aretino. Non ci andavo da un po', me lo ricordavo solo come pub. Negli anni è diventato un bel ristorante, porzioni non gigantesche (ma neanche piccole: giuste), chiara attenzione ai prodotti locali e pure un gelato artigianale di pregio. Da provare, anche per il rapporto qualità/prezzo.
La carta dei vini è molto attenta al territorio, ed è giusto. L'aretino non ha vini epocali, ma buoni (o molto buoni) sì. Il Valdarno, ad esempio, non è solo terra di Supertuscans e Merlot Galatrona, ma anche di sangiovese fresco e (nei casi migliori) ben fatto.
Con alcuni amici abbiamo provato alcune bottiglie di Mannucci Droandi, il mio produttore preferito del Valdarno aretino assieme a Paterna e Tenuta Vitereta.
Non ho mai visitato l'azienda, e a dirla tutta non ho neanche mai avuto riscontri quando ho provato a inviare mail al sito (non aggiornatissimo), ma i vini sono lodevoli. Vi segnalo la gamma di Chianti (Classico e Colli Aretini): ottimo rapporto qualità/prezzo, stando attorno alle 10 euro bevi benissimo. Bottiglie perfette da tutto pasto.
Ho poi riprovato due azzardi riusciti, Foglia Tonda e Barsaglina, entrambi vitigni autoctoni rari e solitamente usati in uvaggio dei Chianti tradizionali. Vitigni che vanno scomparendo, ma che Mannucci Droandi recupera e addirittura prova in purezza.
Sono vini non canonici, di forte alcolicità eppure freschi, dai profumi nitidi e dalla spiccata bevibilità. Un po' nervosi, non elegantissimi, ma sinceri.
In sintesi: è un'azienda che vi consiglio.
E' normale, fa parte dell'evoluzione del gusto. Da ragazzo ti accontenti, i primi vini ti sembrano chissà che e, in fondo in fondo, quel che conta mica è la qualità. E' la quantità. Il bere per bere. Per poterlo dire agli amici.
Durante la mia adolescenza, la moda era il Galestro Capsula Viola. Un bianco assolutamente anonimo, però (o proprio per questo) di moda. Oggi non lo berrei mai. Quindici anni fa lo bevevo (sempre meglio del vino della casa, addirittura alla spina: inaccettabile).
Mi è tornato in mente tutto questo nello scorso weekend. Ero al mare, diluviava e avevo i cani in auto. Dovevamo fare di fretta. Con Linda ci siamo fermati in un locale di Castiglione della Pescaia, abbiamo preso due pizze da asporto e ho cercato per accompagnamento un bianco minimamente accettabile (lo so, dovevo optare per la birra, ma c'erano solo quelli dozzinali).
Alla fine ho scelto un Greco di Di Majo. Di Majo Norante è l'azienda più famosa del Molise. Il Don Luigi è il loro vino di punta, l'impronta decisamente moderna ma ben fatta. Il Greco 2007 è uno dei loro vini di fascia bassa, appunto "da pizzeria". Oltretutto il Greco dà il meglio di sé in Campania. Quindi l'aspettativa era bassa. E infatti (*++). Il prezzo, va detto, non era poi così economico: 13 euro. Alla degustazione l'ho trovato davvero modesto: prima un'entrata dolcina, poi una sconfortante esilità di struttura e gusto, quindi una persistenza quasi del tutto assente e un finale più citrino che fresco.
Ho provato qualcosa di analogo la sera dopo. Il locale era ottimo, la carta dei vini no. Ho optato per il Maxim Brut di Ferrari, vino base (ma comunque da 20 euro) per un'azienda dai grandi numeri ma dalla fascia alta notevole (il Perlè, ad esempio). Fino a tre mesi fa non mi spiaceva. Ora, dopo tanti Champagne scoperti e mille altre perle scovate, non mi ha certo esaltato (**++).
Non c'è niente da fare. Se ti spingi "avanti", poi non torni più indietro. Come riascoltare un demo dei Timoria dopo esserti sparato tutto A Love Supreme di Coltrane.