Ieri e sabato sono stato a Sorsi d'autore. Ho presentato Elogio dell'invecchiamento con Roberto Cipresso prima e Bruno Gambarotta poi. Ho per entrambi una grande stima.
Sabato abbiamo cenato alla Casa Pierina, agriturismo di Villafranca (VR). Domenica in pieno centro a Verona, al Bar Ristorante Dante. Una delle proprietà dei Viticoltori Tommasi (di cui fa parte anche il bel resort Villa40, dove ho soggiornato).
A Sorsi d'autore sto molto bene, è una splendida manifestazione e conto di tornarci presto.
Con i vini veneti, soprattutto veronesi, ho un po' meno fortuna.
Nella due giorni mi sono imbattuto in bottiglie mai appaganti sino in fondo. Tralascio un Enantio della Valdadige, inopinatamente gravitato da quelle parti (che c'entrava con la territorialità).
Onesto il Bianco di Custoza Piona. Meno convincente il Merlot Piona Campo Massimo 2005, concentrato e stancante.
Di Tommasi ho sentito un curioso Bianco di Custoza Brut, felice in entrata di bocca ma con un finale disorganico (?) e disunito, con una tendenza morbidona che avrei preferito non sentire.
Molto legnoso e tostato il Soave.
Alla fine la bottiglia che più mi ha convinto è stato il Prosecco di Valdobbiadene Brut di Silvano Folador, che merita un ***.
Spero, in futuro, di essere più fortunato, ma capisco sempre più perché Angiolino Maule sia andato a cercare una originalità spietata con le sue Garganega.
Sono per me giorni intensi e discretamente enologici.
Da giovedì a sabato sarò a Saint Vincent, per il Concorso Internazionale di vini di montagna. Un'esperienza che racconterò, e già so dove.
Vi lascio segnalandovi un riuscito Dolcetto d'Alba dipoche pretese e ottimo rapporto qualità prezzo. E' quello di Andrea Oberto, azienda di La Morra celebre per i Barolo. E' un Dolcetto che fa solo acciaio, un base felice e di grande bevibilità. Il Piemonte continua a convincermi e conquistarmi. Merita un ***+ pieno, come bottiglia da tutto pasto se la cava egregiamente (se il pasto non è troppo impegnativo).
Stay tuned.
Rieccoci.
Era da un po' che non ci sentivamo. Chi volesse seguirmi, può farlo su La Stampa (cartaceo e web), oltre che sul profilo Facebook e sul blog di MicroMega. Ho più ramificazioni della sinistra radicale.
Torno a scrivere qui perché nei prossimi due weekend avrò piacevoli impegni enologici. Sabato (ore 17) e domenica (ore 10) sarò una seconda volta a Sorsi d'Autore, Verona. Presenterò Elogio dell'invecchiamento e dialogherò con Roberto Cipresso (sabato) e Bruno Gambarotta (domenica).
Dal 2 al 4 luglio sarò invece al Concorso internazionale vini di montagna, a Saint Vincent. Coglierò l'occasione per un nuovo pellegrinaggio in Langa.
Come vi avevo anticipato, presto avrete novità sul fronte libri.
Martedì scorso sono stato, come un anno fa, a Capolavori a tavola, l'happening del macellaio Simone Fracassi. Nel prossimo post ne parlerò più diffusamente.
Qui vi segnalo alcuni vini provati di recente.
Cortona Syrah D'Alessandro 2006. ***+. Vino che conosco a memoria. La 2006 vede la presenza del piemontese Vietti. Le ultime annate erano parse all'azienda troppo "commerciali", da qui la voglia di un gusto meno scontato. E' una bottiglia (base) appagante. Aumenta la nota fruttata (ma non legnosa), ci sono i fiori rossi secchi e la speziatura del varietale. Tannino decisamente presente. Per motivi ignoti, riscontro per retrolfazione un sentore di formaggio erborinato (in tre bottiglie su tre). Non so quanto è voluto. Un syrah quasi rustico, se l'è cavata con la tagliata di bisonte che ho provato ieri dal mio amico Comanchero a Cortona.
Lacrima di Morro d'Alba Sensazioni di Frutto 07 Mancinelli ***+. Mancinelli è il re della Lacrima di Morro d'Alba, vitigno autoctono marchigiano un po' snobbato. E' molto fruttato di suo, questa versione "esonda" frutti di bosco al naso. Mirtillo puro. L'ho provato al ristorante Undici, dal mio amico Fabrizio Ravanelli, a Cagli. Prezzo molto competitivo (sui 12 euro al ristorante). Bottiglia "facile", ma elegante e da tutto pasto. Colore carico, rosso porpora. Il varietale è pienamente rispettato.
Dolcetto d'Alba 2007 Trifolè Bruno Rocca ***+. La parola giusta è: onesto. Non mi aspettavo molto da questa bottiglia, Bruno Rocca è noto per i suoi Barbaresco (soprattutto il Maria Adelaide), ma questa bottiglia è pulita, senza pretese ma ben fatta. Merita l'assaggio.
Dolcetto di Diano d'Alba Montagrillo 06 Claudio Alario ***. Alario è una garanzia, probabilmente il più bravo tra i produttori del Diano d'Alba. Forse gli preferisco il Costa Fiore, e certo il Superiore Pradurent ha altro corpo e ambizioni, ma è anche il Montagrillo non delude. Tenete però conto che io ho un debole - dichiarato - per il Dolcetto.
Dolcetto d'Alba 2007 Enzo Boglietti **++. Boglietti fa Barolo straordinari, e non solo quelli (Barbera. Langhe Rosso). Sul Dolcetto punta poco, quello migliore è il Tigli Neri. Questo base è l'ultimo dei suoi interessi, e (un po') si sente. Anonimo.
Lagrein Grieser 2006 Cantina Gries **++. La Cantina Gries fa grandi Lagrein, il Prestige Line su tutti. Ma l'anno scorso ricevette qualche critica. Avendo sentito questo Grieser 2006 (lo '07 mi dicono essere molto superiore), capisco il perché. Un Lagrein-Pinocchio, un po' troppo furbetto per i miei gusti.
Cooperativa La Kiuva Valle d'Aosta Pinot Noir 2005 **+. Vino davvero originale, forse anche troppo. Trasuda speziatura, di ogni sorta. L'azienda è lodata per l'Arnad-Montjovet Superiore. Con il Pinot Nero riscontra qualche difficoltà. Non esaltante.
Con la scusa dei miei primi 35 anni, festeggiati sei giorni fa, ho avuto modo di degustare alcuni vini.
Ecco la recensione.
Bricco Appiani 2003 Flavio Roddolo ****+. Vino di cui ho già parlato più volte. In questo caso si trattava di una (rara) magnum. Semplicemente straordinaria. Cabernet Sauvignon di Langa: un azzardo riuscito.
Alto Adige Lagrein Porphyr Riserva 2005 Cantina Terlano ***+. Un Lagrein tipico per frutto e naturale morbidezza. Non freschissimo, ma rispecchia il vitigno. Bottiglia ambiziosa e probabilmente bevuta anzitempo (mea culpa). Il Lagrein resta un ottimo vino per non scontentare nessuno.
Vigna Migliolungo Cantina di Arceto ***+. Altro vino di cui spesso ho parlato. Un Lambrusco emiliano, zona Arceto di Scandiano, realizzato con 40 cultivar antichi (e quasi estinti). Le precedenti annate mi erano forse sembrate con maggior carattere, ma la bottiglia - ora poi che arriva l'estate - è di quelle assai adatte per nobilitare il Lambrusco come merita.
Barbera d'Alba 2004 Quass Pecchenino ***. Qui ho sbagliato io, l'ho bevuta dopo il Bricco Appiani 2003 che avrebbe ammazzato (quasi) chiunque. Però resto dell'idea che Pecchenino dià il meglio di sé con la variegata pattuglia di ottimi Dolcetto di Dogliani. Barbera e Nebbiolo, pur ben fatte, le metto un po' dietro.
Cinque Terre 2006 Walter De Battè ***++. Uno dei grandi miti dei vinoveristi, De Batté è un passionale interprete della zona delle Cinque Terre. Il suo Sciacchetrà, raro e impegnativo, è semplicemente superbo. Di grande originalità e carattere anche questo bianco non facile a trovare (solo 1450 bottiglie), che incanta anzitutto per la sapidità - la cifra di De Battè - e una ricchezza di profumi che impone una temperatura di degustazione sui 16 gradi (invece dei soliti 12 - o meno - per i bianchi comuni). Grande persistenza, colore "nervoso" come la sua evoluzione gusto-olfattiva. Non da tutti, non per tutti, ma molto intrigante.
Morellino di Scansano 2004 Arsura Poggio Brigante **+. Non c'è niente da fare, con i vini toscani sono destinato a ricevere più delusioni che godimenti. E sì che anche questo Morellino mi era stato caldamente consigliato dalla Enoteca di Castiglione della Pescaia. Però è il solito vino moderno, facilone e alla lunga stucchevole. Meno "stancante" di altri, ma poca anima e ancor meno originalità.
Il Pendio Pinot Nero del Sebino 2004. ***+. Una delle bottiglie più caldeggiate da Sandro Sangiorgi e il suo mai troppo lodato Porthos. Un Pinot Nero della zona di Franciacorta, dove di solito questo cultivar è usato per la spumantizzazione e non per Pinot Nero ambiziosi e in purezza. Questo fa eccezione. Elegante, fresco, con note "smaltate" ed eteree, struttura snella e bouquet come si deve. Non grido al miracolo - preferisco i migliori Pinot Noir altoatesini - ma scovatelo. Non vi deluderà.
Taurasi 2001 Riserva Lonardo ***+. Il Taurasi è vino spinoso, tannino ruspante e quindi gran voglia di ingentilirlo con sofisticazioni e pesanti interventi in cantina. Questa bottiglia, come il Pendio 2004, l'ho trovata alla Taverna Pane e Vino di Cortona, decisiva per la stesura di Elogio e caratterizzata da una carta dei vini molto spostata verso i vini naturali. Il Taurasi di Lonardo, vigneron veri, è senza mediazioni. Sin troppo tipico e territoriale. Ha 8 anni ma è ancora giovanissimo. Il tannino aggredisce la bocca e rende quasi impossibile la sua bevuta in una degustazione senza cibo. Di contro, in abbinamento con secondi succulenti e strutturati è molto appagante. La solita storia: se abbiamo tempo per aspettarli, questi vini diventeranno superbi. Se abbiamo fretta, capisco chi cerca scorciatoie.

I Colli Bolognesi sono celebri enologicamente per il Pignoletto, autoctono bianco, e per la qualità dei rossi bordolesi - merlot e cabernet sauvignon, di solito in purezza.
I rossi sono i più ambiziosi, non ancora pienamente espressi e non sempre appaganti.
Mesi fa avevo provato il Cabernet Sauvignon Bonzarone 2004 (Bonzara), senza rimanerne troppo convinto.
Sabato ho avuto sorte migliore con un merlot, l'Alto Vanto 2006 di Aldrovrandi.
La bottiglia è stata piacevole compagna alla Trattoria slowfood Da Gianni Vecia Bulagna, a due passi da Piazza Maggiore (voto 8, ne parlerò più lungamente per Frittinpagella).
Secondo la Guida Espresso, l'Alto Vanto, ambiziosa sin dal nome, è il miglior rosso bolognese. Ci sta. Ottimo il prezzo, sui 18 euro al ristorante. Federico Aldrovrandi opera a Monteveglio e l'Alto Vanto è dichiaratamente un vino moderno. Ma ben fatto. Forse pecca in complessità olfattiva, ma la speziatura e le note terziarie non sono sepolte dal legno.
La barrique è ben dosata. Le note verdi, tipiche del vitigno, tornano per retrolfazione. Bene la freschezza, non scontata in questi vini, che mitiga una morbidezza comunque non debordante. Equilibrato e di discreta persistenza. Ottimo rapporto qualità/prezzo, accettabile bevibilità.
La mia valutazione è di ***++.
Il Chianti era nato come vino da tutto pasto, tranquillo, educato. La bevibilità doveva essere la sua prima dote. Da qui l'uso di uve bianche nell'uvaggio. Poi le cose sono cambiate, e anche il Chianti ha dovuto inseguire il mito del vino marmellatoso e ambizioso. Come se essere poveri fosse una colpa.
Trovare oggi un Chianti piacevolmente bevibile è complicato. E la sottozona Colli Aretini non è certo la più facile. I nomi che vi consiglio? Mannucci Droandi, qualcosa di Vitereta. E soprattutto Paterna (di cui già ho parlato assai bene per il Vignanova).
Diffidate dei Supertuscans aretini. Salvo rari casi - tipo i lodatissimi Oreno e Crognolo della Tenuta Setteponti - non appagano.
La Cooperativa Agricola Valdarnese Paterna mi piace molto. Il suo presidente, Marco Noferi, mi aveva detto di essere più affezionato al Chianti che non al Vignanova. Capisco perché: il Chianti è molto più vero e schietto.
Ho recentemente degustato l'annata 2006. Il Chianti Colli Aretini Paterna è prodotto da uve biologiche e ha una gradazione finalmente sobria (12.5). E' un Chianti come deve essere. Non ricchissimo come profilo olfattivo, ma fresco e serbevole. Fedele compagno di viaggio nei pasti. Invita a essere ribevuto, non delud. Perfetto per la tipologia.
Un'interpretazione contadina, ben fatta, che merita un ***++.
Ieri sera ho scoperto un buon ristorante fiorentino (e non è facile trovarne). Si chiama I' Giuggiolo, zona stadio, ideale per una cena toscana tipica.
Ero con la troupe di Lunedì Gol, avevamo appena visto il bello spettacolo di Andrea Bruni allo Scantinato.
La bistecca alla fiorentina era perfetta, ma ho avuto modo di vedere che anche il resto del menù (pizza compresa) era di pregio.
I prezzi sono medi, né economici né cari.
La bistecca ben si è sposata con uno dei pochi Chanti Classico realmente convincenti. Il Baroncole, annata 2005, 30 euro in carta (in enoteca sta sui 22). L'azienda, lodata e tradizionale, è San Giusto a Rentennano, celebre per il Percarlo, grande sangiovese in purezza.
Il Baroncolo, in un'annata non eccelsa come la 2005, è come deve (dovrebbe) essere un Chanti Classico: fresco, di carattere ma non invasivo, un po' spigoloso, con tannini a volte irruenti. Ancor più in un'azienda che poco ama il maquillage del rovere.
Non è un vino della vita, non è detto che piaccia a tutti. Ma il Chianti nacque per questo: per accompagnare le carni e i pasti di tutti i giorni. Non per vincere i premi prostituendosi.
Il Baroncole 2005, la cui valutazione è di ***+ (difetta nella complessità olfattiva, convince appieno nella serbevolezza), è un Chanti vero. E non è poco.
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Ho scritto questo pezzo per il portale Fritti in pagella. Lo pubblico anche qui.
Sono un dipendente da Guida Slowfood, credo sia l’ultima cosa rimastami del frasario rigorosamente radical chic “de sinistra”. E’ vero, compro tutte le guide, non di rado pentendomene (ogni anno), ma la Slow Food è – lo confesso - la mia preferita. O la mia meno disistimata. Per nulla perfetta (è più elitaria di Carla Bruni), ma se devo portar dietro una sola guida opto per quella (al secondo posto La Gola in Tasca di Alice, al terzo boh).
L’aspetto più lodevole di Osterie d’Italia è quello di farti visitare posti altrimenti impensabili. In questo senso la (mia) lista sarebbe lunga. L’esempio più facile è Ne, paese del genovese con 7 abitanti 2 slowfood: lì ho provato L’Antica Osteria dei Mosto, voto 8. Ancora Liguria, stavolta ovest di Savona: Borgio Verezzi, lo conoscete? No, salvo parenti e amanti della buona tavola. E’ qui che troverete l’ottimo Da Casetta, voto 8.
Non sempre va così bene. Portalbera, nel pavese, paesaggio da romanzi di Tiziano Sclavi (che infatti è nato e vive a due passi, Broni). Qui c’è l’Osteria dei Pescatori, voto 6. Un po’ meglio (6.5) La Locanda dell’Olmo a Bosco Marengo, nell’alessandrino, tappa pre-Langa di cui ricordo il carrello dei formaggi, i lavori in corso sulla Piazza del Mercato e il Dolcetto di Ovada Tacchino.
Altri due esempi (poi giuro smetto). San Pietro in Casale è tra Ferrara e Bologna, frazione Rubizzano: non ci passeresti neanche per disgrazia. Qui sorge la Tana del Grillo (voto 6+), trattoria che visitai fermandomi di ritorno da Cortina (lo so, è molto distante, ma è una storia lunga). Non c’era nessuno, allegria scarsamente contagiosa, da ricordare solo “la rosa di Parma” (filetto di vitello con Prosciutto di Parma e salsa di parmigiano).
Infine Colonnata, sette chilometri sopra Carrara (sì, quella del lardo). Mi ci fermai una volta a pranzo, alle 17 avevo un appuntamento al carcere di Chiavari (no, non mi arrestavano, non ancora almeno; era un incontro con i detenuti). Mi persi, nonostante (o per colpa del) navigatore. Anche qui due slowfood. Io ho provato La Locanda apuana, voto 7.5. Strepitoso l’antipasto della Locanda, un po’ meno l’atmosfera da bottega strapaesana (ma può piacere anche quello).
Finito tale lungo preambolo, che più che altro mi serviva per far mente locale su quante volte vado in giro a capocchia, vengo alfine alla recensione dell’unica slowfood forlivese. In provincia ne trovate non pochi, a Forlì solo questo. Si chiama Don Abbondio e si chiamava (non a caso) Osteria della Trippa. Sta in centro, non potete non trovarlo (non è vero, ma è rassicurante leggerlo).
Piano terra informale, pareti rivestite col legno delle casse del vino. Secondo piano più rifinito, ma durante la nostra visita era aperto solo il piano terra. E’ una enoteca-ristorante, buona carta dei vini, menù che varia costantemente in base alla stagione. L’unico piatto fisso è la trippa. Come prezzi il locale è in linea con gli slowfood che se la tirano mediamente, ma l’atmosfera è piacevole e anche per questo – oltre che per cucina e vino – Don Abbondio è diventato ritrovo di studenti universitari.
In sala Simone Zoli, che ha rilanciato il locale. In cucina Diego, che non so chi sia ma così è scritto sulla guida. Io e Linda (la mia compagna) ci siamo stati martedì 14 aprile a cena, il giorno dopo Pasquetta. Scrivo la data perché qualcosa in menù non c’era, e forse sarà dipeso dalla stanchezza post-festività.
Una cosa che non sopporto dei ristoranti è quando sulla carta c’è scritto un piatto, o un vino, e poi non c’è. E’ detestabile, mi incupisco e a quel punto l’oste ci rimane male (e io ne godo, lo confesso). Avevamo voglia di piadina, come accompagnamento al posto del pane: era scritta, ma non c’era. Ahi. Da bere volevo provare l’Avi di San Patrignano: c’era scritto, ma non c’era. Molto male. Si aggiunga che il pane, “fatto rigorosamente in casa”, tale non sembrava: comunissimo.
Partire peggio era difficile. Mancava solo una mazurca di Vecchioni dagli altoparlanti (la musica è proprio assente, e non è un male. Si ascoltano delle fetecchie imbarazzanti, spesso).
Scorati e delusi, abbiamo scelto – per consolarci? - un vino impegnativo, il Sangiovese Superiore Riserva Pietramora 2001 della lodata Fattoria Zerbina. Le annate normali andavano sui 35 euro, questa 40: ricarico impegnativo, una 2003 si trova in enoteca a 20 euro. Era buono? Be’, è un vino ardito, si fa da vigne (abbastanza) vecchie, solo nelle annate giuste. Uve sovramaturate, gradazione assassina (15.5) e rischio marmellatoso. Una sorta di Amarone di sangiovese, però fresco, olfatto invitante e voglia di riberlo. Non da tutti i giorni, ma deve provare almeno una volta.
Due piatti per uno. Linda ha esordito con raviggiolo (tipico della zona) servito con fave, fagioli e ceci mignon (e croccanti). Facile ma buono. Io ho provato i basotti con formaggio di fossa. I basotti sono tagliolini fatti in casa, cotti nel brodo e poi rifatti in forno gratinati. Un piatto di recupero, tipico della zona, presentato a mattone. Non pesante, curioso.
Lo scarto in avanti sono però stati i secondi. Io ho provato la mitica trippa, qui cucinata con verdure e formaggio di fossa a scaglie. Bene il formaggio, mentre delle carotine e piselli in giro avrei fatto a meno (ma sono toscano, da noi la trippa è più selvaggia). Comunque la trippa era buonissima.
Linda è stata ancor più fortunata: uno stracotto di manzo al sangiovese semplicemente superbo. Il miglior stracotto mai sentito, meglio del brasato al Barolo come pure del peposo valdarnese. Applausi a scena aperta.
Ci siamo fermati qui, niente dolci (non li provo mai, sorry). Ultima curiosità il caffé, artigianale, di Leonardo Lelli (Bologna): non sono un esperto, ma era molto cremoso e appagante.
Prezzo 89 euro, che non è pochissimo, ma solo con il vino sono partiti 40 euro (mediamente ogni piatto sta tra i 10 e i 15 euro).
La mia valutazione finale, tutto considerato, dati cause e pretesti, è di 7.

Pietramora 2001 Riserva Fattora Zerbina. ***++. Sangiovese di Romagna Superiore in purezza, fatto da vigne vecchie. Uno dei prodotti più celebri e lodati della Romagna. Il prezzo è impegnativo, 40 euro al ristorante (per quest’annata, ottima: le altre sui 35). In enoteca si trova attorno ai 20-25 euro. Il sangiovese romagnolo, per quanto celebre, soffre da sempre il confronto con il toscano: nasce naturalmente più facile, più fruttato. Questo è uno dei più ambiziosi. L’alcol mette paura, addirittura 15 gradi e mezzo. Il sangiovese arriva qui tardivamente a maturazione, l’esposizione dei vigneti è a nord-est e non rende facile la maturazione (non viene prodotto ogni anno, ma solo quando lo merita). Per certi aspetti è un Amarone di sangiovese, ma la definizione è forzata e potrebbe sembrare negativa. Al contrario, questo Pietramora ha come unico difetto la gradazione imponente, che esige abbinamenti forti (quali? Carni succulente, formaggio erborinati). Il profumo è quello della frutta sotto spirito, ma c’è anche un balsamico, la nota verde, fiori appassiti e tabacco dolce. Si sente il legno, ma non è invasivo. Freschezza intatta, e questo lo salva. Vino equilibrato, complesso all’olfatto, decisamente persistente. Elegante, non elegantissimo. Un’esperienza forte: da fare, per goderne e per conoscere un Sangiovese di Romagna che con lo stereotipo “osteria e proletariato” non c’entra una mazza.
Castel del Monte Il Falcone 2003 Riserva Rivera ***++ – Uno dei rossi del sud più celebri, 70 percento Uva di Troia (uva tannica e scontrosa), 30 percento Montepulciano d’Abruzzo. Un uvaggio che ha forti radici storiche. Qui trovate una bella degustazione (su Lavinium) di una verticale di Castel del Monte. L’annata che ho trovato, la 2003, non è la migliore perché calda. L’ho anche aperta troppo presto, questo è un vino perfetto per invecchiare. Però la degustazione non è stata deludente, anzi. Il tannino c’è, deve ancora smussarsi ma è pacificato dalla spina dorsale acida. Il profumo non è solo di frutta macerata ma anche – soprattutto? – di una piacevole nota erbacea, che torna anche per retrolfazione. Fiori appassiti e speziature, poi. Una piccola nota balsamica. Lungo e armonico, invogliante anche al secondo bicchiere. In enoteca si trova attorno ai 30 euro. Non si può non provare.
La Busattina Terre Eteree Sovana 2005 ***+. Triple A dedicato a una Doc poco nota, come quasi tutte quelle grossetane eccezion fatta per il Morellino di Scansano. Sangiovese e Ciliegiolo. Vino biodinamico, genere pauperista. Fresco e felicemente fruttato, di gran beva, un po’ confuso nei profumi ma territoriale e fedele compagno di pasto. Non troppo economico, sta sui 20 euro al ristorante, ma è una esperienza che mi sento di consigliarvi, se non altro – e non è poco – per conoscere un aspetto enologico grossetano che certo non troverete al supermercato o nei ristoranti canonici.
Ci ritroviamo qui dopo molto tempo. Sorry. Come sapete, da qualche mese ho un blog su La Stampa che mi occupa molto tempo. Ma anche questo va avanti. E andrà avanti. Più di quanto possiate immaginare, come (spero) scoprirete nel tempo).
Ecco i vini degustati in queste settimane.
Pinot Grigio Institut Agricole Régional 2006 ***++. Di questo Istituto Valdostano ho già parlato altre volte. Mi piace molto, sia nei bianchi che nei rossi. La Valle d'Aosta è una delle grandi regioni misconosciute italiane. Il Pinot Grigio di per sé è un bianco poco caratterizzato, quasi neutro, senza troppe ambizioni, ma questa bottiglia è ben fatta per freschezza, sapidità, equilibrio e piacevolezza.
Priè Blanc Grosjean 2006 ***++. Altra azienda di pregio valdostana, altro bianco. Stavolta un autoctono, amatissimo da Veronelli. Di gran sapidità e acidità, territoriale, ottimo rapporto qualità prezzo (entrambi i vini, in enoteca, si trovano - male: rarissimi - attorno ai 10 euro). I fratelli Grosjean sono anche tra i pochi a produrre Premetta, altro vitigno autoctono rosso cerasuolo, in purezza. Da scoprire.
Montepulciano d'Abruzzo Yume Caldora 2005 **+. Il Montepulciano d'Abruzzo è una brutta bestia, e a me piace la sua interpretazione estrema: o iper-concentrato (il Kurni) o - meglio ancora - il paradigmatico Valentini (ma pure un Emidio Pepe senza odiose puzzette). Lo Yume, di cui vi segnalo questa recensione nel blog di Luciano Pignataro, è invece il classico Montepulciano d'Abruzzo scolastico. Il vitigno, si sa, è naturalmente carico, concentrato e alcolico. Tannico. Necessita di lungo e "brutale" invecchiamento, che vuol quasi sempre dire barrique. E vino-Pinocchio, alla fine. Yume vuol dire Sogno in giapponese, i vigneti - nel territorio ortonese - sono lavorati dalla Comunità Soggiorno Proposta, impegnata nel recupero dalla tossicodipendenza (il modello enologico è San Patrignano). Tutto molto bello, auguri. Però il vino un po' stanca, è sbilanciato verso le morbidezze e non ha smaltito affatto il legno. Il prezzo è onesto, sotto le 10 euro. E me l'avevano consigliato non pochi "consumatori comuni", a ribadire il concetto che il primo scalino della conoscenza è il Vino-Sveltina (vedi alla voce Shiraz australiano).
Lambrusco Eclisse Cantina Paltrinieri Vendemmia 2007 ***++. Di questo Lambrusco di Sorbara, dai vigneti mitici del Cristo, avevo già parlato. Anche dettagliatamente. Ieri ho aperto una bottiglia dell'annata 2007 e ho nuovamente apprezzato colore, freschezza, sapidità, bevibilità e quei profumi di lampone e pompelmo rosa. Quasi citrino, fortemente tipico. L'Eclisse è il prodotto di punta di Paltrinieri, accanto alla Etichetta Rossa (Sorbara non in purezza) e alla Etichetta Bianca, Sorbara in purezza ma da vigneti "normali". L'ho consigliato e lo faccio ancora.
Domani altri quattro vini, tra cui il "mitico" Castel del Monte Il Falcone Rivera (Riserva 2003) e il Triple A Busattina Sovana.
Giovedì scorso ho organizzato una bella cena con alcuni amici. Abbiamo degustato, con piacere, quattro bottiglie.
Queste le valutazioni.
Dolcetto Langhe Visadì 2007 Domenico Clerico **++. Un vino-Seppi, nel senso di onesto ma con poco carattere. Un Dolcetto scolastico, senza troppa personalità. Del resto Clerico, grande vigneron di Monforte d’Alba, punta maggiormente su altre bottiglie, su tutte il Barolo Ciabot Mentin Ginestra e il Langhe Rosso Arte (ottimo nell’annata 2006). Dieci euro in enoteca.
Barbaresco Rabaja Cascina Luisin 2004 **++. Parziale delusione per un Barbaresco che nasce in uno dei cru più vocati. L’annata è buona, meno i profumi (confusi, poco delineati) e l’equilibrio tra componenti morbide e dure. Un vino che non sa dove andare a parare. E per un Barbaresco da 30 euro a bottiglia (in enoteca) non è un gran complimento.
Barolo Perno 2003 Cascina Schiavenza. ***++. Confermo le lodi per quest’azienda (e ristorante) di cui ho parlato pochi giorni fa. Il Perno è uno dei cinque Barolo dell’azienda. Dalla stessa vigna esce anche una Barbera semplicemente invidiabile. Il Barolo Perno nell’annata 2004 non è stato prodotto. Tocca “accontentarsi” di questa 2003 che ha come unico difetto la debordanza alcolica, mitigata però da freschezza e sapidità, eleganza e complessità olfattiva. Poco meno di 30 euro in azienda.
Barbera d’Asti Bricco dell’Uccellone 2004 Braida ****+. Bottiglia mitica, è grazie a lei – invenzione del mai troppo compianto Giacomo Bologna – se